La riforma franco-tedesca dell’eurozona

Il 2018 rappresenta un anno di svolta nel panorama politico europeo. Più delle elezioni nel nostro Paese, ad incidere sugli sviluppi futuri del continente sarà il progetto franco-tedesco di riforma dell’Eurozona.

Quattordici economisti francesi e tedeschi, sollecitati dai rispettivi esecutivi, hanno realizzato una profonda riforma della governance economica, destinata a incidere pesantemente sulle sorti dei Paesi aderenti alla moneta unica. Il programma di riforma, pubblicato nella seconda settimana di gennaio, ha suscitato già molteplici critiche provenienti da alcuni esponenti della comunità scientifica internazionale. La riforma risulta infatti notevolmente influenzata dalla teoria economica ordoliberale, la cui dottrina è alla base dell’architettura economica europea.

L’ordoliberismo economico, come spiega il professor Francesco Forte (già ministro delle finanze nei primi anni ’80), si fonda su due paradigmi fondamentali: il controllo della stabilità dei prezzi, assunto come obiettivo principale nello statuto della Banca Centrale Europea, ed il pareggio di bilancio delle finanze pubbliche, positivizzato nel Trattato di Maastricht. L’azione congiunta di questi due fattori, così come auspicato e teorizzato dalla dottrina ordoliberale, dovrebbe legare le mani della politica economica agli Stati, sottomettendoli alla disciplina del mercato.

Marcello Messori e Stefano Micossi, due economisti della LUISS school of European Political Economy, in una recente ricerca criticano l’efficacia della riforma ma anche la sua originalità, in quanto i contenuti del recente progetto non sarebbero altro che la riproposizione degli interventi di forte impronta ordoliberista auspicati da Wolfang Schäuble, ministro delle finanze tedesco, in un suo precedente documento del 2017: ” Non-Paper for Paving the Way towards a Stability Union”

Il piano franco-tedesco si basa su 3 macro aree principali:

1) Introdurre una soglia limite oltre la quale è vietato alle banche comprare e avere iscritti in bilancio titoli del debito pubblico dei rispettivi Stati e di crediti deteriorati (NPL, non performing loans) in cambio di una maggiore condivisione del rischio in merito alla questione delle assicurazioni sui depositi bancari europei (la c.d. unione bancaria). Questo primo punto necessita di una piccola precisazione sulle possibili conseguenze che potrebbero riversarsi sul sistema economico italiano: ad esempio, se venisse effettuato un alleggerimento nei bilanci delle banche italiane dei titoli del debito pubblico statale e dei crediti deteriorati (NPL) – i quali costituiscono investimenti in sofferenza, caratterizzati da andamenti negativi, quindi da svalutare e vendere ad un prezzo inferiore rispetto a quello di acquisto – tale operazione comporterebbe gravi perdite, rappresentate da una forte riduzione del valore delle azioni di listino degli istituti di credito nazionali.

Essi sarebbero dunque soggetti ad una lesione degli indici di solidità patrimoniale con conseguente pericolo di default e/o ad ulteriori possibili scalate ostili da parte di investitori esteri i quali acquisirebbero una maggiore influenza negli assetti proprietari dell’industria bancaria italiana ed eliminerebbero qualsiasi forma di sovranità e sicurezza finanziaria nazionale. Il soggetto più colpito da tale manovra in realtà sarebbe proprio lo Stato, il quale verrebbe a trovarsi nel breve periodo a pagare un più alto tasso d’interesse sulle somme prese in prestito, poiché le vendite in massa di titoli comportano una riduzione del prezzo con conseguente aumento del rendimento, e nel lungo periodo a sottomettersi alla disciplina dei mercati internazionali ed all’imposizione delle loro dolorose riforme strutturali.

2) Il piano di riforma prevede di sostituire al pareggio di bilancio un obiettivo di crescita della spesa pubblica che dovrebbe essere in linea con la crescita di lungo periodo del PIL, ma minore di quest’ultima nei paesi ad alto debito, in modo da farli lentamente rientrare nel rapporto debito/PIL, riducendo quasi a zero qualsiasi spesa per le politiche sociali e di welfare. In caso di violazione della regola revisionata, ogni nuovo indebitamento andrebbe finanziato emettendo degli junior bonds, che sarebbero i primi a subire un rifacimento in caso di ristrutturazione del debito, e sui quali verrebbe a gravare dunque il pagamento di tassi più elevati.

Queste nuove forme di finanziamento, gli junior bonds, sono state oggetto di aperte critiche da parte di Paul de Grauwe, economista e docente di Economia Monetaria della London School of Economics (LSE), il quale in un recente “paper” afferma che l’obiettivo di questi titoli  secondo la riforma franco-tedesca, sia quello di disincentivare gli investitori allo spostamento di capitali dai titoli del debito dei paesi periferici ai paesi “core” dell’UE durante i periodi di crisi economica. Tale risultato non sarà possibile secondo de Grauwe, in quanto gli stessi junior bonds sono per natura titoli del debito pubblico, e di conseguenza sottostanno alla legge della domanda e dell’offerta, e il loro prezzo si formerà obbligatoriamente sul relativo mercato regolamentato, lasciando agli investitori la libertà di muovere i capitali a seconda del rapporto rischio/rendimento;

3) Il terzo ed ultimo punto cruciale della riforma è rappresentato dal mutamento di competenza a livello europeo sulla supervisione dei conti pubblici nazionali. Ad oggi il controllo della spesa pubblica dei singoli Stati è di competenza della Commissione Europea, accusata dai 14 economisti franco-tedeschi di essere sottoposta ad eccessive influenze politiche che la distoglierebbero dalla stretta applicazione dei vincoli di bilancio e delle relative sanzioni punitive. Così il piano prevede di sostituire alla Commissione il M.E.S. (meccanismo europeo di stabilità) come guardiano dei conti nazionali e prestatore di ultima istanza, “Lender of last resort”, per gli Stati che non riescono più a finanziarsi a tassi d’interesse sostenibili sui mercati, chiedendo in cambio le famose riforme strutturali.

Tale istituzione sarebbe composta da membri nominati dagli esecutivi nazionali ma da questi completamente indipendenti; inoltre il M.E.S. possiede una natura che potremmo definire privatistica, in quanto funziona come una società per azioni in cui chi detiene la maggioranza delle partecipazioni (Germania e Francia) decide, eludendo in questo modo la regola dell’unanimità predisposta per le altre Istituzioni europee. Le conseguenze in questo senso sarebbero gravi, poiché sottrarre ulteriori poteri decisionali in materia di politica economica ad organi di natura politica per affidarle a tecnocrati porterà ad una sempre più marcata lesione della sovranità nazionale e dei diritti sociali dei cittadini.

Lorenzo Massaro

 

Fonti :

https://braveneweurope.com/sergio-cesaratto-tragic-but-not-serious-the-surreal-document-of-the-14-franco-german-economists;

http://politicaeconomiablog.blogspot.it/2018/01/tragico-ma-non-serio-il-surreale.html;

https://voxeu.org/article/esbies-realistic-reform-europes-financial-architecture;

https://www.ceps.eu/publications/how-safe-safe-asset;

http://sep.luiss.it/sites/sep.luiss.it/files/Messori_Micossi%20Policy%20Brief_Formatted_0.pdf;

http://fbf.eui.eu/french-german-vision-euro-area-reform-presented-online-seminar/;

https://voxeu.org/article/how-reconcile-risk-sharing-and-market-discipline-euro-area