“Non performing loans”: la crisi delle banche venete e la cessione dei crediti deteriorati

Lo scorso 23 febbraio Pier Carlo Padoan, in qualità di Ministro dell’Economia e delle Finanze, ha firmato un decreto con il quale ha formalizzato la cessione dei cosiddetti non performing loans, o crediti deteriorati, che si trovavano iscritti nei bilanci di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza (entrambe poste in liquidazione coatta amministrativa). Tali crediti sono confluiti nella società per azioni “Società per la Gestione di Attività” (S.G.A.), ente il cui controllo è passato interamente da Intesa Sanpaolo al MEF nel 2016 e che fin dal lontano 1997 si è efficacemente distinto nel ricoprire il ruolo di bad bank nei confronti del Banco di Napoli.

Questa scelta rientra perfettamente all’interno della strategia politico-economica con la quale si intende risollevare le sorti (o quantomeno limitare i danni) delle due banche venete e dei relativi creditori. Infatti il ruolo che S.G.A. andrà a ricoprire in questo scenario sarà rivolto alla gestione mirata degli asset in suo possesso, finalizzata alla massimizzazione del recupero crediti con il fine di aumentare il più possibile le risorse da destinare al risanamento dei due istituti.

Le banche in questione hanno infatti erogato i famosi finanziamenti azionari per i propri sottoscrittori senza sottrarne dal bilancio bancario il relativo capitale raccolto, facendo sì che, ad esempio, Veneto Banca si trovasse nel giugno 2017 a fare i conti con uno stato patrimoniale il cui fabbisogno finanziario ammontava a circa 4,6 mld di euro.

Senza dilugarci eccessivamente sulla crisi delle banche venete e tralasciando gli strumenti adoperati per farvi fronte, si vuole in questa sede chiarire ed approfondire la natura dei non performing loans. Innanzittutto va ricordato che i crediti deteriorati hanno fonti diverse. I fattori che portano i bilanci bancari ad avere asset deteriorati sono infatti molteplici.

Vi sono fattori endogeni, come ad esempio nel caso delle banche venete, che consistono nella cattiva gestione dell’attivo e dei finanziamenti posti in essere (errori di strategia, nell’assetto organizzativo, nei sistemi informatici o nei processi di concessione del credito); d’altra parte esistono fattori esogeni, di cui soffrono la maggior parte degli istituti bancari sia europei che americani, come la severità della recessione, la lentezza nelle procedure di recupero crediti o il fallimento del mercato degli npl stessi.

In parole povere se una banca entra in crisi è perchè o commette errori del primo tipo (i fattori endogeni) o perché subisce le crisi sistematiche che si ripercuotono sul mercato bancario e non è in grado, con le proprie “energie” (patrimonio di vigilanza), di far fronte a macroscopiche uscite di liquidità.

Per le modalità di gestione di queste passività gli istituti bancari possono adottare diverse scelte:

– gestione interna e ausilio di specialisti esterni

– adottare il cosiddetto “asset protection scheme” ovvero un’assicurazione sulle perdite

– cartolarizzazione: rendere cartolari i crediti inesigibili vuol dire metterli nel mercato rendendoli titoli per ottenere liquidità. Questa opzione è spesso usata nel sistema bancario italiano: anche nella crisi delle banche venete la prima strategia è stata quella di concedere a tali istituti, da parte della Banca d’Italia , obbligazioni garantite dallo Stato italiano per circa 8,6 miliardi.

– per ultimo l’opzione di cedere gli npl delle banche in crisi e di farle gestire a società specializzate che le rimettono nel mercato (quello che è stato fatto appunto con la firma del decreto ministeriale a febbrario di quest’anno).

Michel Baggieri