Washington e la guerra doganale. Braccio di ferro con Cina ed UE

L’annuncio di Donald Trump, lo scorso I marzo, di introdurre rilevanti dazi doganali su acciaio e alluminio, rispettivamente del 25% e del 10%, ha aperto la via ad un nuovo protezionismo per gli Stati Uniti, andando a toccare le relazioni commerciali con gli altri giganti economici del globo, con esiti difficili da prevedere. Alla base di tale decisione vi è la volontà di difendere l’industria siderurgica americana e di garantire la sicurezza nazionale. Ma procediamo con ordine.

Circa due settimane prima dell’annuncio, il 16 febbraio, lo United States Department of Commerce aveva pubblicato un rapporto, commissionato dallo stesso governo americano, nel quale venivano evidenziate una serie di criticità derivanti dagli attuali livelli di importazioni di acciaio e alluminio. Prendendo le mosse dalla diminuzione dei posti di lavoro che ha interessato negli ultimi anni i settori in questione – calo del 35% di occupati nel settore dell’acciaio negli ultimi 20 anni e del 58% in quello dell’alluminio tra il 2013 e il 2016 – l’ente ha proposto tre possibili soluzioni: dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio a livello globale, dazi solo per le risorse provenienti da alcuni paesi (tra cui la Cina) o l’introduzione di limiti annuali alle quantità importabili nel mercato statunitense.

L’8 marzo scorso Trump, sulla base di questo studio e avvalendosi di una clausola di salvaguardia presente all’interno del Trade Expansion Act del 1962 (una legge con cui l’allora presidente Kennedy aveva definitivamente archiviato la politica protezionistica statunitense iniziata negli anni venti) ha attivato la National Security Exception contenuta nell’articolo XXI del General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) del 1947, che consente ai singoli Stati di adottare ogni misura ritenuta idonea a proteggere gli interessi essenziali per la propria sicurezza. Tra gli altri, sono considerabili tali quelli relativi al traffico di armi, munizioni o materiale di guerra destinati all’approvvigionamento delle forze armate. A livello pratico tutto questo si traduce nella facoltà di imporre in modo unilaterale dei dazi doganali, evitando di dover ottenere l’autorizzazione del World Trade Organization (WTO), pratica peraltro mai utilizzata in 71 anni.

Gli obiettivi che l’amministrazione americana si è prefissata di raggiungere attraverso l’introduzione di questa misura sono molteplici, alcuni dichiarati, altri sottesi. In primis, aumentando il prezzo dei prodotti stranieri si disincentiva il loro acquisto, con la logica e più immediata conseguenza di favorire le imprese locali che producono tali beni in loco. Tale discorso, inoltre, si inquadra perfettamente nella logica del “Make America Great Again” , che ha portato The Donald alla Casa Bianca poco più di un anno fa, e che nel frattempo si è evoluto nel “Keep America Great” in vista delle elezioni di medio termine che si terranno il prossimo novembre.

Non è un caso, infatti, che questa strategia commerciale sia stata proposta e riaffermata alla vigilia dell’elezione suppletiva che si terrà il 13 marzo in Pennsylvania, dove i repubblicani combatteranno per mantenere un seggio alla Camera. È infatti proprio alla cosiddetta Rust Belt che Trump deve il suo successo alle presidenziali del 2016 ed è proprio in questi Stati che sta cercando l’appoggio dei sindacati che rappresentano gli operai del settore siderurgico.

In secondo luogo, specificando che dall’applicazione dei dazi saranno esclusi Messico e Canada e lasciando un termine di quindici giorni ai paesi amici per “adeguarsi o proporre soluzioni alternative che non minaccino la sicurezza degli Stati Uniti”, il governo americano intende raggiungere due ulteriori obiettivi strategici. Disapplicando la disposizione nei confronti dei propri vicini geografici, mossa apparentemente controsenso rispetto ai fini dichiarati dal magnate (i due paesi rappresentano i più grandi esportatori di acciaio e alluminio negli Stati Uniti), Trump non fa altro che ottenere una fondamentale leva in vista delle rinegoziazioni del North American Free Trade Agreement (NAFTA) che hanno preso il via all’inizio del 2018 tra Stati Uniti, Canada e Messico.

Inoltre, scegliendo un approccio bilaterale per quanto concerne una possibile rinegoziazione dei dazi verso i Paesi alleati, l’amministrazione a stelle e strisce punta evidentemente ad escludere gli Stati membri dell’Unione Europea da questa possibilità, in quanto la materia in oggetto rientra nelle competenze esclusive di Bruxelles, che dal canto suo ha già stilato una lista di beni importati da oltreoceano (acciaio, alluminio, jeans, whiskey, motociclette, etc.) su cui intende introdurre dei dazi mirati nel caso in cui non venisse esentata come il Canada e il Messico.

Le conseguenze dell’implementazione di questa politica neoprotezionista potrebbero provocare un innalzamento progressivo delle barriere commerciali, e ciò potrebbe causare un effetto domino positivo per le economie avanzate. Il che potrebbe sottendere, come fine ultimo, una penalizzazione del Paese verso il quale sono state rivolte, nel corso degli anni, numerose accuse di dumping commerciale: la Cina.

Roberto Santini