Inflazione: freno o sostegno per la crescita e l’occupazione?

Si sente molto spesso parlare, in televisione e sui giornali, del fenomeno dell’inflazione quale spettro oscuro dell’economia. In questi mesi, tra programmi elettorali e insediamento del nuovo governo, il dibattito inerente il finanziamento in deficit delle politiche economiche finalizzate alla crescita  – peraltro in un tornante complicato dall’avvicinarsi della fine del quantitative easing di Draghi e della BCE – si è fatto più pressante, registrando due opposti schieramenti.

Da un lato i fautori di una maggiore offerta di moneta in circolazione e, dall’altro, i sostenitori delle politiche deflazioniste in linea con i parametri economici dei trattati europei.

L’inflazione, come è noto, consiste nell’aumento generale dei prezzi e dei salari, portando ad una riduzione del potere d’acquisto della moneta. Il fenomeno inflattivo è generalmente oggetto di preoccupazione da parte delle istituzioni economiche nazionali ed internazionali: il contrasto all’aumento dei prezzi rappresenta infatti da sempre uno degli obiettivi presenti negli statuti delle banche centrali di tutto il mondo.

Nello specifico la stabilità dei prezzi è il principale target della Banca Centrale Europea, così come stabilito dal TFUE agli artt. 123 e ss. e dall’art. 21 dello statuto della BCE. Ci si è mai posti delle domande sui motivi che spingono le istituzioni economiche a perseguire un controllo pervasivo del tasso d’inflazione? Le risposte sono molteplici.

La prima è appunto da rinvenire nella perdita del potere d’acquisto della moneta, la quale subisce gli alti livelli di crescita dei prezzi, rievocando in molti gli effetti che questo provocò in Germania negli anni di crisi della Repubblica di Weimar. La seconda risposta va cercata nell’analisi del rapporto creditore-debitore: il primo presta dei soldi al secondo, che in caso di aumento dei prezzi e dei salari disporrà di più reddito e quindi di conseguenza ripagherà con più facilità il debito al suo creditore. Una terza spiegazione del contrasto al fenomeno inflattivo si rinviene poi nell’analisi della bilancia dei pagamenti: se i prezzi dei prodotti nazionali aumentano per via dell’inflazione, questi sono meno appetibili all’estero e, di conseguenza, il discorso sarà legato al vincolo esterno ed a questioni di competitività internazionale.

La macroeconomia standard, di norma, analizza il fenomeno dell’inflazione facendo ricorso alla c.d. “curva di Phillips”, ideata dall’economista inglese A. W. Phillips nella sua opera “The relation between unemployment and the rate of change of money wage rates in the United Kingdom”. La tesi del professor Phillips evidenzia il legame inversamente proporzionale fra tasso di disoccupazione e aumento dei salari nominali. In seguito la teoria della curva di Phillips è stata ripresa ed ampliata grazie a due famosi economisti americani, P. Samuelson e R. Solow, i quali hanno confermato i risultati dei suoi studi, affermando che esiste un trade-off – verificato empiricamente – fra inflazione e disoccupazione.

Negli Stati Uniti, a partire dagli anni ’60, è andata affermandosi la teoria c.d. monetarista, basata sugli studi dell’economista M. Friedman, il quale cercò di confutare la veridicità della curva di Phillips, attraverso prove empiriche che lo portarono a dichiarare che “L’inflazione è sempre e comunque un fenomeno monetario”, rendendo di conseguenza l’aumento dei prezzi un fenomeno direttamente proporzionale alla crescita della base monetaria.

Successivamente, negli anni ’70, la scuola monetarista arrivò ad una più strutturata confutazione della curva di Phillips, sviluppata per opera dell’economista R. Lucas il quale giunse alla conclusione che non esiste nessun trade-off tra inflazione e disoccupazione. Lucas elaborò un’analisi dettagliata che prendeva in considerazione il “principio delle aspettative razionali degli operatori economici”.

Tale principio permetterebbe agli agenti operanti nel mercato di prevedere e di anticipare gli scenari economici futuri, e tra di essi, la stessa inflazione attesa, consentendo perciò di moderarla con una fissazione dei prezzi e dei salari. La critica di Lucas arriva alla conclusione che, nel lungo periodo, la curva di Phillips tende a diventare una retta verticale e l’economia raggiunge il c.d. “NAIRU”( Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), ovvero il tasso naturale di disoccupazione oltre il quale non è possibile scendere.

Ciò detto, risulta a questo punto necessario, anche alla luce di recenti studi, fare alcune precisazioni che falsificano in qualche modo la tesi monetarista di Lucas, poiché essa è stata sviluppata durante gli anni’70 e ’80, periodo economico caratterizzato da un forte shock petrolifero, che causò un aumento del tasso d’inflazione, incluso un aumento dei salari, senza una contestuale riduzione dei livelli di disoccupazione. Ciò posto, viene qui di seguito preso in considerazione un campione di tre Paesi europei (Francia, Spagna e Germania), e viene poi vericata la relazione tra salari (asse verticale) e disoccupazione (asse orizzontale). Come si vedrà a breve i dati quantitativi confermano nei fatti la veridicità della teoria della curva orizzontale di Phillips.

Source: European Commission, DG EMPL.

In prima facie, dall’analisi del grafico, si rinviene che durante la maggior parte del periodo che va dal 1970 al 1990, in Francia, gli aumenti del tasso di disoccupazione sono associati a cali di crescita dei salari nominali, proprio come suggerisce la teoria della curva di Phillips. L’unica eccezione è rappresentata dal periodo 1973-1979 in cui si è verificata una crisi energetica che ha comportato un aumento contemporaneo dell’inflazione salariale e della disoccupazione, mentre a partire degli anni’ 90 il rapporto tra disoccupazione e aumenti salariali si è appiattito, ovvero la disoccupazione è aumentata e i salari nominali sono scesi.

Source: European Commission, DG EMPL

Nel caso della Spagna le evidenze empiriche sono ancora più nette. La relazione tra disoccupazione e crescita salariale si è appiattita dall’inizio della crisi nel 2008. Dal grafico è possibile notare che vi è stata una bassa inflazione salariale, accompagnata da un aumento del tasso di disoccupazione.

Source: European Commission, DG EMPL

Nell’analisi del caso tedesco si parte dal 1992, anno della la riunificazione tedesca, ed anche in questo caso è possibile constatare il verificarsi della presenza di una curva orizzontale di Phillips caratterizzata dalla relazione inversa tra crescita dei salari e disoccupazione.

Attraverso l’analisi di questi tre casi è possibile concludere che la tesi della curva orizzontale di Phillips, e non quella della curva verticale auspicata dai monetaristi, possiede una sua controverifica fattuale e scientifica.
In conclusione, risulta necessario dare una risposta ad un interrogativo cruciale: perché, nonostante la validità teorica della curva orizzontale di Phillips, accertata dalla letteratura scientifica internazionale, le autorità monetarie rimangono ferme sulla teoria opposta della curva verticale di R. Lucas?

Una possibile risposta si trova in un recentissimo report intitolato “Optimal inflation and the identification of the Phillips curve”. In questo documento due economisti, Micheal Mcleay della Bank of England, e Silvana Tenreyro della LSE di Londra, hanno eseguito un’analisi econometrica per verificare l’eventuale presenza del rapporto posto in essere dalla curva di Phillips, nonostante questa non sia più tenuta in considerazione dalle banche centrali. L’esito finale del modello econometrico analizzato è illuminante, in quanto è stata invece proprio constatata la presenza e l’esistenza in dati della curva di Phillips, ma questa tende ad essere celata nei dati relativi ad una performance efficace di politica monetaria.

I due economisti inglesi giungono alla conclusione che la scomparsa della curva di Phillips sia una conseguenza naturale di una buona politica monetaria e che le banche centrali, consapevoli di ciò, e intenzionalmente, cerchino di nascondere tale elemento attraverso il meccanismo elusivo dei dati.

Dall’analisi svolta risulta quindi evidente il rapporto inversamente proporzionale tra inflazione e disoccupazione, negando nei fatti la vulgata mediatico-marginalista dell’ indissolubile scompenso negativo tra i due tassi. Il reale ostacolo alla crescita ed all’aumento dell’occupazione è in maniera comprovata la deflazione, non già l’inflazione.

Dario Stefano Lioi – Lorenzo Massaro

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