Tlc e guerra delle tariffe: una minaccia per la sostenibilità del settore?

Per il settore delle telecomunicazioni, il 29 maggio 2018 molto probabilmente verrà ricordato come l’inizio della più spietata guerra delle tariffe di sempre.

Proprio quel giorno, infatti, ha fatto il suo ingresso nel mercato italiano Iliad, la società francese fondata dall’imprenditore Xavier Niel (ex azionista di Telecom Italia), già operante dal 2012 in Francia tramite la sussidiaria Free Mobile.

Come riportano i maggiori quotidiani economici nazionali, lo sbarco del nuovo operatore sta aprendo degli scenari inediti nel campo delle comunicazioni elettroniche.

Nonostante la risposta serafica di Amos Genish, CEO di TIM, alla richiesta di un commento sull’ingresso della società transalpina nel mercato («Offerta aggressiva, ma non rivoluzionaria»), i grandi player del settore e gli analisti di mercato non si aspettavano certo un prezzo di lancio così basso rispetto a quello praticato dalle concorrenti.

L’impatto sul mercato della compagnia francese – che deve la sua entrata in scena alla volontà della Commissione Europea, la quale ha richiesto un quarto operatore per dare il via libera alla fusione tra Wind e Tre Italia – è ancora tutto da appurare, ma già si sono registrate le prime contromosse delle rivali. Basti pensare alle nuove offerte win back per recuperare utenti andati via, alle operator attack, cioè quelle studiate appositamente per strappare clienti alla nuova entrata ed ai nuovi operatori virtuali low cost, come ho. di Vodafone e Kena Mobile di TIM.

Sul futuro di Iliad, allo stato attuale, restano molti interrogativi – soprattutto di carattere tecnico –  ma ci sono pochi dubbi sul fatto che il suo arrivo rappresenti per le Tlc del nostro Paese un tornante della storia che necessariamente avrà dei risvolti sui costi e, più in generale, sulla sostenibilità del settore.

Non è un mistero, infatti, che il rapporto tra costi e margini  negli ultimi anni si sia fatto insostenibile per il frastagliato contesto europeo della telefonia mobile, con 100 operatori rispetto ai 4 presenti negli Stati Uniti (che diventeranno 3 una volta ultimata la fusione tra T-Mobile e Sprint). A pagarne le spese, in tutta Europa, sono stati i dipendenti delle imprese più strutturate, nella maggioranza dei casi ex monopoliste in mano pubblica.

Tuttavia, se da una parte ci sono più elementi che spingono il settore verso il consolidamento (si veda la fusione che ha dato origine a Wind Tre S.p.A.), dall’altra la Commissione si è sempre dimostrata un ostacolo insormontabile.

L’agenzia di rating Fitch, che nel settembre 2017 presagiva un crollo del mercato italiano dopo l’ingresso di Iliad, ridimensionando la previsione precedente, ha sostenuto che la società di Xavier Niel metterà certamente sotto pressione gli operatori storici, ma al tempo stesso è difficile che riesca a bissare quanto fatto in Francia, ove detiene una quota di mercato pari al 18,5%.

Sotto questo profilo, infatti, potrebbe rivelarsi decisiva la presenza consolidata sul campo delle telecomunicazioni “tradizionali”, caratterizzate da una base clienti derivante dalla linea fissa, dai maggiori canali distribuitivi e dai marchi maggiormente consolidati.

Un altro punto nodale  al vaglio di osservatori e analisti di mercato è quello della sostenibilità del modello di business. L’azienda francese ha già annunciato che secondo il suo modello il pareggio arriverà anche con una quota di mercato inferiore al 10% nel primo anno (che è l’obiettivo dichiarato, insieme ai 6.000 ripetitori da installare entro i primi tre). In un mercato in cui ogni operatore investe tra i 600 e i 900 milioni di euro all’anno in tecnologie mobili, tuttavia, se la compagnia francese vorrà avere dei ritorni, difficilmente sarà in grado di mantenere le stesse tariffe.

Per il Paese, comunque, rimane il rischio che il forte impatto sui ricavi possa ridurre la capacità di investimento di tutti. Dal punto di vista infrastrutturale, infatti, fino a quando non verrà implementato un numero sufficiente di ripetitori, Iliad si avvarrà delle reti Wind-Tre.

Fermo restando che la concorrenza nelle telecomunicazioni si gioca anche sul piano della qualità del servizio, è comunque fuor di dubbio che la guerra delle tariffe, se da un lato può strappare più di un sorriso ai consumatori, dall’altro rischia di far registrare l’ennesima contrazione dei ricavi per le Tlc italiane che, secondo uno studio di Deutsche Bank, dal 2010 al 2016 hanno sofferto una diminuzione dei ricavi medi per cliente pari al 37%.

Luca Savoia

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