Le mani del M5S su Cassa Depositi e Prestiti: banca pubblica o nuova IRI?

Il mese di agosto sta per lasciarsi alle spalle la delicatissima partita sulle nomine per le principali aziende di Stato – dalla RAI alle Ferrovie, passando per Cassa Depositi e Prestiti – e l’intesa giallo-verde sembra aver superato senza grandi difficoltà l’ennesimo banco di prova.

Dopo le iniziali frizioni con il ministro dell’Economia, il M5S, ottenendo la designazione di Fabrizio Palermo come amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti, mette le mani su quella che oggi viene considerata la cassaforte dello Stato italiano. Per Luigi Di Maio la nomina di un manager gradito ai 5 Stelle rappresenta il necessario pendant  finanziario per la realizzazione dei punti fondamentali della politica industriale targata Lega-M5S.

Ma perché è così cruciale il ruolo di CDP nell’economia italiana?

Innanzitutto, partendo dalla sua funzione originaria, dal 1875 gestisce tutto il risparmio postale italiano, che attualmente ammonta a circa 250 miliardi di euro, costituito da buoni fruttiferi o libretti garantiti dallo Stato. Nel 2016, secondo la relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria, poteva vantare un attivo patrimoniale pari ad oltre 410 miliardi di euro, in aumento del 2,9% rispetto all’esercizio precedente.

Secondo il proprio Statuto, utilizza le risorse a disposizione per sostenere la crescita, finanziando gli enti locali e investendo in settori strategici al fine di rafforzare lo sviluppo infrastrutturale del Paese.

Dal 2003 – anno in cui sono divenute azioniste di minoranza le fondazioni di origine bancaria – è una creatura ibrida: è controllata per circa l’85% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, si colloca al di fuori dal perimetro della spesa e del debito pubblico, operando nel mercato alla stregua di una banca d’affari, anche se tale non è.

Dal 2015, dopo che il Parlamento italiano le ha conferito il ruolo di Istituto Nazionale di Promozione, è entrata nel piano Juncker di investimenti europei, potendo così contare su margini di operatività ancora più ampi rispetto al passato. In sintesi, la CDP impiega i risparmi postali, la quota conferita dal Tesoro ed il ricavato dell’emissione di obbligazioni proprie (spesso garantite dallo Stato) per acquisire quote di società operanti in settori nevralgici dell’economia. Solo tra le quotate in borsa, annovera partecipazioni rilevanti in ENI (25,76%), Poste Italiane (35%), Terna (29,85%), Snam (30,37%), Italgas (26%), Fincantieri (71,64%), Saipem (12,55%), Bonifiche Ferraresi (19,98%), Trevi Finanziaria Industriale (16,86%) e Telecom Italia (4,9%).

Al Ministero dello Sviluppo Economico l’idea è di farne una banca pubblica d’investimento o un fondo sovrano, al fine di riportare lo Stato nell’economia e dare un nuovo slancio alla politica industriale. Al momento del passaggio di consegne, il nuovo amministratore delegato si è del resto trovato sulla scrivania dei dossier a dir poco bollenti: Ilva, Alitalia e Tim su tutti.

Il paradigma operativo al quale si è fatto riferimento negli ultimi anni è stato quello della Kreditanstalt für Wiederaufbau (KFW), tuttavia, tra i commentatori non mancano coloro i quali temono che l’interventismo del nuovo Governo possa portare un ritorno al modello IRI. Il nodo da sciogliere risiede nel fatto che la Cassa, pur avendo una consistente capienza patrimoniale, non può mettere a rischio i capitali di cui dispone per finanziare operazioni ad alto rischio.

Peraltro, solo nell’ultimo anno la CDP, tra investimenti diretti e indiretti, ha garantito alla nostra economia ben 30 miliardi di euro. Non male, ma siamo ancora lontani dalla cifra (di difficile quantificazione) necessaria per portare a termine i primi risultati del nuovo corso giallo-verde. Inoltre, per usare la Cassa come strumento di risoluzione delle crisi industriali è indispensabile convincere le fondazioni bancarie, altrimenti, se quest’ultime lasciano, la Cassa torna totalmente pubblica, con la (grave) conseguenza di annullare quella flessibilità operativa ottenuta fuoriuscendo dal perimetro dell’indebitamento pubblico.

La soluzione al problema, allora, potrebbe essere rappresentata dal ricorso al mercato, pianificando l’emissione di titoli obbligazionari non garantiti dallo Stato volti a reperire le risorse per sostenere una vasta (e, si spera, oculata) operazione di rifinanziamento delle grandi aziende in crisi.

Luca Savoia