Vincolo del 3%, sforarlo non può essere un tabù

«Il 3% è una regola pre-scientifica. Imporre il numero 3 non ha alcuna base scientifica». Con queste parole, l’economista inglese Paul De Grauwe, insegnante di Politica economica europea alla London School of Economics, giudicava il famigerato parametro economico – di nuovo oggi al centro della cronaca politica – adottato con il trattato di Maastricht del 1992 dai Paesi della UE.

Ma vediamo in dettaglio. All’origine dell’unione monetaria due furono i principali criteri di convergenza, sanciti dagli accordi di Maastricht (1992), ribaditi a Lisbona (2007) e sanciti con il Fiscal compact (2012): il rapporto deficit/PIL sotto il 3% ed il rapporto debito/PIL non superiore al 60%, parametri tesi a garantire la stabilità dei prezzi, dunque ad impedire aumenti del tasso d’inflazione. Questi due indici rappresentano, ad oggi, un unicum  storico, giuridico ed economico. Non era infatti mai accaduto nella storia della politica economica e monetaria che i bilanci di più Stati venissero costretti entro i limiti di precisi e definiti(vi) parametri numerici. Fu la Francia di François Mitterrand, nel 1981, a decidere di introdurre all’interno del proprio ordinamento una norma che ponesse un tetto massimo alla spesa pubblica.

Guy Abeille, all’epoca funzionario presso il Ministero delle Finanze francese, ha descritto così quell’evento: «Il presidente non voleva una teoria economica, solo uno strumento a uso interno. Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit  pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6% del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit  sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un’analisi teorica». Accadde così che, dopo la caduta del muro di Berlino avvenuta nel 1989 e la riunificazione delle due Germanie, in occasione della preparazione e della stesura del trattato sulla Unione Europea (Maastricht, appunto), Jean-Claude Trichet, allora governatore della Banca di Francia, convinse la Germania ad accettare il paletto del 3%: «Il livello di indebitamento europeo all’inizio degli anni ’90 era pari a circa il 60% del Pil. La crescita nominale era circa il 5%, e l’inflazione al 2%. In questa situazione i debiti potevano crescere al massimo di un 3% all’anno, per non superare la soglia del 60%».

Due Paesi, l’Italia e il Belgio, non possedevano all’epoca i prescritti requisiti per aderire alla moneta unica, ma furono ugualmente ammessi al progetto. Antonio Fazio, all’epoca governatore della Banca d’Italia, racconta ciò che accadde nella riunione dei governatori delle banche centrali del 24 marzo 1997: «Quando si iniziò a discutere dell’Unione monetaria io ero piuttosto freddo. Mi qualificarono come euroscettico. Naturalmente lavorai come il generale di un esercito di uno Stato che entra in guerra: anche se il generale è convinto che la guerra non si deve fare, o si rischia di perderla, deve fare il suo dovere. L’Italia nel 1997 non aveva i requisiti per essere ammessa tra i Paesi Euro.

Se fossimo stati in un mondo senza politica avrei detto anche io che l’Italia non aveva i requisiti per aderire all’Euro, ma in quel momento ero il rappresentante politico dell’Italia, e c’era una posizione politica dell’Italia. Potevo dire non firmo, ma sarebbe uscito fuori un rapporto in cui ci sarebbe stato scritto che solo il governatore italiano non aveva firmato. Riflettei e dissi: “Signori, se domani si pubblica il rapporto, e nel rapporto l’Italia non è ammessa, guardate che salta l’Unione monetaria, perché immediatamente si scaricherà la speculazione contro l’Italia, l’Italia uscirà dallo SME e si trascina qualcun altro dietro. Se va a scatafascio lo SME…Trichet disse: “Antonio ci stai ricattando!”. “No, non vi sto ricattando, sto facendo l’analisi economica”. Per accettarci volevano un piano di rientro dal debito. Era notte e non avevo nessuno da chiamare, mi misi perciò a preparare un piano di rientro dal debito che nel giro di cinque/sei anni si avvicinava all’80%. C’era un segno, da parte nostra, di buona volontà, e neanche irrealistico.

Il rapporto fu pubblicato e si disse che l’Italia era molto preoccupata della situazione del debito pubblico. Fui poi convocato in audizione alla Camera dei Deputati e dissi: “Io ritengo che se noi perdiamo la capacità di muovere il cambio, dobbiamo riacquistare una capacità di manovra nel livello dei salari e nel livello del bilancio pubblico. Non avremo più i terremoti monetari ma avremo il bradisismo: il fenomeno per cui il terreno sprofonda poco a poco».

Le parole di Fazio, economista e allievo del premio Nobel Franco Modigliani (convinto oppositore della teoria monetarista sviluppata da Milton Friedman), cristallizzano l’indissolubile intersecazione tra le due componenti fondamentali della politica economica: quella monetaria e quella rivolta alla spesa pubblica ed agli investimenti. L’idea di imbrigliare le maglie della politica economica sottraendo la capacità di aumentare l’offerta di moneta ai singoli Stati e impedendo, per mezzo di parametri numerici non qualificati, l’utilizzo delle leve della domanda aggregata ha irreversibilmente comportato una crisi di deflazione secolare, con conseguente stagnazione dei prezzi e della produzione.

Operare quindi, come i trattati europei obbligano a fare, con una politica economica votata alla tutela del solo lato dell’offerta, riducendo i costi di produzione con contrazioni salariali e diminuzione delle tutele sindacali, contrasta con i grandi piani operati negli USA a ridosso della grande crisi del 2007, connotati da un ponderoso piano di investimenti pubblici, e da un poderoso aumento della spesa pubblica finanziato in deficit.

Nell’attuale condizione economica, l’immissione di liquidità attiva genererebbe moltiplicatori della spesa di molto superiori a 1, tali da ripagare l’investimento realizzato ed aggiungere un aumento della ricchezza superiore al doppio della spesa erogata. In generale (ma particolarmente in una situazione di deflazione), il pericolo paventato da talune dottrine economiche del verificarsi del fenomeno dell’iperinflazione – basato sulla equazione quantitativa della moneta elaborata da Fisher – come già scritto su queste colonne, non possiede neanch’esso fondamenta scientifiche, le quali, al contrario, dimostrano l’esatto opposto.

Dario Stefano Lioi