L’Europa al bivio: due settimane per salvare 60 anni d’integrazione europea

È bastata una riunione in teleconferenza del Consiglio europeo per gettare alle ortiche tutto l’entusiasmo e le speranze generati dall’intervento di Mario Draghi, pubblicato sul Financial Times, con cui l’ex numero uno dell’Eurotower ha caldeggiato un cambio di paradigma delle politiche UE al fine di superare lo shock economico provocato dall’epidemia di COVID-19.

Dopo le improvvide dichiarazioni della neopresidente della BCE Christine Lagarde, che non meno di dieci giorni fa hanno fatto colare a picco le borse europee (in particolar modo Milano), il nodo circa gli strumenti per fronteggiare la crisi che sta colpendo l’Europa è ancora lontano dall’essere sciolto.

Quasi 700.000 contagiati e circa 30.000 morti nel mondo, ospedali al collasso e mezzi militari che portano via le bare di chi ha perso la sua personale lotta contro il coronavirus, infatti, non hanno smosso le coscienze dei capi di governo dei Paesi dell’Europa del Nord, ancora legati alle logiche e agli schemi del passato per fronteggiare le recessioni.

Come in una partita di calcio – che, fatalmente, si gioca sulla vita e sul futuro di milioni di europei – si contendono il campo due schieramenti: da una parte c’è l’Europa del Sud (rappresentata da Italia, Spagna, Francia, Belgio, Slovenia, Lussemburgo, Portogallo, Grecia, Irlanda) che chiede una risposta europea e solidale per evitare un collasso economico e sociale altrimenti inevitabile.

Dall’altra parte della barricata c’è l’Europa del Nord (formata da Germania, Austria, Olanda, Finlandia, Danimarca), che non sembra minimamente intenzionata a cedere alle istanze solidaristiche dei Paesi più colpiti dall’epidemia.

Per meglio cogliere i termini dello scontro, è opportuno chiarire in cosa sia consistita, fino ad ora, la risposta delle istituzioni europee all’emergenza coronavirus.

In un primo momento, la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen ha fatto sapere che il Patto di Stabilità (quello che, per intenderci, impone ai Paesi più indebitati dell’eurozona di tenere il rapporto deficit/PIL ben sotto la soglia psicologica del 3%) verrà sospeso.

Tradotto: gli Stati europei potranno emettere tutti i titoli di debito pubblico che vogliono al fine di fronteggiare la crisi, senza incorrere nelle sanzioni previste dal Trattato.

In un secondo momento, alle dichiarazioni della Von Der Leyen hanno fatto seguito le parole della Lagarde, la quale ha annunciato un piano di acquisto di titoli di Stato da 750 mld al fine di contenere gli spread.

Tale strumento di politica monetaria è vitale per l’eurozona in quanto, in sua assenza, i tassi di interesse dei Paesi più indebitati (come l’Italia) rischierebbero di schizzare alle stelle, con conseguente insostenibilità del debito.

Arrivati a questo punto, il lettore potrebbe legittimamente chiedersi: cos’altro ci serve?

La risposta, purtroppo, è financo scontata: tutto.

Quello che è stato fatto finora, infatti, potrebbe essere sufficiente per tenere testa ad una crisi finanziaria come quella del 2008, che si è poi riverberata, nel 2011, sulla tenuta dei debiti sovrani dei Paesi più indebitati.

Quella che ci troviamo a contrastare nell’immediato futuro è, invece, una crisi economico-sociale post-bellica. E le depressioni di questo tipo si superano con strumenti di eccezionale straordinarietà (dove sarebbe ora l’Europa senza Piano Marshall?).

Per avere una vaga idea delle grandezze economiche coinvolte, sarà sufficiente fare un banale esempio.

Come è noto, ogni anno il Governo (tramite il MEF) predispone il bilancio di previsione dello Stato, che deve essere approvato dal Parlamento, dopo un’attenta e meticolosa valutazione, entro il 31 dicembre.

In condizioni di “normalità”, nella legge di bilancio annuale, mediamente, mancano all’appello all’incirca 20-25 mld di euro che devono essere reperiti mediante spending review, dismissione di parte del patrimonio dello Stato, accensione di prestiti, incrementi di aliquote tributarie ecc.

Ebbene, nel contesto della crisi da coronavirus, come ha affermato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, per ogni mese di lockdown, l’Italia perderà 100 miliardi di euro di PIL.

Come prima risposta, quindi, il Governo ha varato il decreto “Cura-Italia”, che ha richiesto un voto parlamentare su uno scostamento di bilancio di 25 miliardi. Secondo quanto annunciato ieri in conferenza stampa dal presidente Conte, una fetta consistente di tale somma, pari a 4,3 miliardi in totale, verrà destinata ai comuni. Altri 400 milioni verranno riservati al sostegno di coloro i quali non hanno disponibilità economiche per acquistare beni di prima necessità.

Ai 25 miliardi del decreto “Cura-Italia”, ne verranno aggiunti altri 25 per l’emanando decreto “Cura-Italia 2”.

Totale: 50 miliardi di euro in poco meno di due mesi. Due manovre annuali. E siamo solo all’inizio.

Le politiche messe in capo dall’UE – ovverosia la moratoria del Patto di stabilità e uno scudo anti-spread – hanno, di fatto, come unica utilità quella di posticipare ciò che sarà un vero e proprio collasso delle finanze pubbliche dei Paesi dell’Europa mediterranea.

Avete presente i fiumi di inchiostro versati, in poco meno di un decennio, riguardo la sostenibilità del nostro debito pubblico?

Oggi il nostro debito è, in rapporto al PIL, al 134,8%. Un domani non troppo lontano, a meno che non arrivi l’agognato colpo di reni dell’Europa, potrebbe attestarsi al 150%, accompagnato ad una decurtazione del PIL del 5,8% nel 2020, secondo una prima stima di Morgan Stanley.

Ecco quindi che riemerge, oggi più che mai, la necessità di istituire un meccanismo solidale di distribuzione dei debiti a livello europeo mediante la creazione di titoli di debito la cui solvibilità sia garantita congiuntamente dagli Stati membri dell’Unione monetaria. In altre parole: gli eurobond.

A partire dal 2010, ne sono state proposte diverse varianti ma lo scopo prefissato è tendenzialmente lo stesso: offrire nuovi strumenti per il finanziamento dei debiti sovrani, garantendo opportunità di investimento sicure e liquide.

Tuttavia, questi progetti hanno sempre incontrato il veto dei Paesi dell’Europa del Nord (in particolar modo da Germania e Olanda), fondato sul timore che un tale strumento potesse innescare il cosiddetto azzardo morale da parte dei Paesi “meno virtuosi”. In altri termini, si teme che un meccanismo solidaristico di tal fatta possa incentivare politiche fiscali meno rigorose, causando dapprima un aumento dei tassi di interesse e, in un secondo momento, una spirale inflazionistica, tanto temuta, per retaggio storico, dalla Germania.

Aiuti sì, quindi, ma ancorati alla logica della stretta condizionalità (parola tanto cara ai falchi dell’austerity), che governa il Meccanismo europeo di stabilità (MES): sostegno alle economie depresse, in cambio di austerità e svendita delle partecipazioni dello Stato.

La riunione del Consiglio europeo di giovedì, dall’esito tutt’altro che edificante, si è conclusa con una prima, timida, conquista: l’eliminazione del termine MES come strumento di sostegno. Ma le parti sono ancora molto lontane dal raggiungere un accordo definitivo.

Dopo lo strappo di Italia e Spagna, che hanno bocciato la bozza di conclusioni del Consiglio europeo, si è trovato un compromesso su un rinvio di 15 giorni, termine entro il quale l’Eurogruppo dovrà “presentare proposte” alla luce della “natura senza precedenti dello choc”.

Una prima doccia fredda, intanto, è arrivata ieri dalla presidente della Commissione europea, la quale ha bollato come “slogan” la proposta di eurobond. A tale dichiarazione hanno fatto seguito le rimostranze del premier e del ministro dell’Economia e Finanze, Roberto Gualtieri.

Nella tarda serata di ieri, fonti dello staff del ministro Gualtieri hanno fatto sapere di aver avuto un proficuo chiarimento con la Von Der Leyen, la quale ha sottolineato come non sia esclusa alcuna opzione all’interno dei limiti definiti dai trattati.

L’Europa ha meno di due settimane per ritrovare un’anima e non perdere l’appuntamento con la storia.

Luca Savoia

One thought on “L’Europa al bivio: due settimane per salvare 60 anni d’integrazione europea

  1. È ora di un Europa federale dove non si dovrà ammettere ne Germania ne paesi dell’Est ne i piccoli statarelli del Nord due Europe

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