Golden power, come lo Stato preserva i settori strategici

Senza garanzie da parte dell’Europa e nell’impossibilità di prevedere quando l’economia potrà finalmente ripartire, il governo italiano si è trovato costretto a prendere provvedimenti urgenti e adottare soluzioni in grado di sostenere le imprese nazionali – duramente danneggiate dall’emergenza coronavirus –, scongiurandone l’acquisto da parte di capitali stranieri.

Queste le motivazioni alla base del nuovo Decreto liquidità, che tra le varie misure introdotte ha sancito il rafforzamento per un anno di uno strumento estremamente rilevante: il golden power. Introdotto con decreto legge nel 2012, il golden power è uno scudo normativo che consente al governo di intervenire a tutela di società operanti in settori ritenuti strategici per il Paese al fine di evitare che siano acquistate da capitali stranieri o per dettare le condizioni di vendita.

«L’emergenza coronavirus non metterà a rischio il nostro patrimonio produttivo e industriale, che è prioritario tutelare perché da esso dipende anche la sicurezza nazionale», ha dichiarato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fraccaro. In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, in cui il calo dei listini in Borsa ha esposto imprese importanti al pericolo di scalate ostili, l’intervento statale volto a salvaguardare gli asset strategici del Paese appare più che mai opportuno.

Se fino a qualche giorno fa i settori interessati dal golden power erano essenzialmente difesa, sicurezza, energia, trasporti e comunicazioni, con l’approvazione del decreto liquidità possono ora essere sottoposte alla preventiva autorizzazione le operazioni rilevanti relative, tra l’altro, ai settori finanziario, creditizio e assicurativo, alle infrastrutture e tecnologie critiche, alla sicurezza alimentare, all’accesso a informazioni sensibili (compresi i dati personali), all’intelligenza artificiale, alla robotica, ai semiconduttori ed alla cyber-sicurezza, nonché alle nanotecnologie ed alle biotecnologie.

La norma sarà applicata anche ad operazioni all’interno dell’Unione Europea e consentirà al governo di intervenire d’ufficio, anche rispetto a operazioni non notificate. Sia nella fase istruttoria che nella raccolta ed analisi delle informazioni sarà essenziale il contributo del Dipartimento per la Sicurezza e dell’intelligence economica.

E mentre si studiano i passi successivi da intraprendere, l’idea di una finanziaria pubblica per la ricostruzione industriale ha iniziato a prendere piede. Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli prima e il viceministro dell’Economia Laura Castelli poi hanno evidenziato la necessità, insieme al rafforzamento del golden power e del Fondo di Garanzia, di costituire una nuova IRI «capace di erogare garanzie e credito e, se è il caso, intervenire direttamente nelle aziende o filiere più sensibili».

L’Istituto di Ricostruzione Industriale era stato istituito nel 1933 per fronteggiare la crisi bancaria e industriale di quegli anni, che aveva a sua volta provocato la caduta produttiva di un gran numero di imprese soprattutto in settori come quello siderurgico e meccanico. È innegabile che la “formula IRI”, caratterizzata da strette relazioni tra pubblico e privato (la cosiddetta “economia mista”) e improntata al principio di redditività, svolse un ruolo essenziale nella ripartenza dell’Italia del dopoguerra. E non è dunque così assurdo sentire oggi esponenti del governo invocare quel modello e identificare in SACE (gruppo Cassa Depositi e Prestiti) il possibile erede dell’IRI.

L’Italia ha bisogno, ora più che mai, di sentire la presenza dello Stato e non può che affidarsi ai suoi strumenti – ulteriormente potenziati dall’ultimo decreto – per far fronte alla crisi e tentare di uscire dall’emergenza economica. Lo Stato, dal canto suo, deve formulare una strategia nazionale solida, avere linee guida chiare e strutture in grado di far funzionare al meglio gli strumenti a disposizione. Sarà questa la vera sfida per il governo.

Davide Garavoglia

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