L’Italia è in guerra? Sì, contro i parassiti

Tra le conseguenze prodotte dalla pandemia di Covid-19 vi è certamente una maggior consapevolezza della necessità di tutelare alcuni settori strategici, prima non adeguatamente considerati o, per logiche di mercato, demandati all’estero. Uno dei casi più eclatanti è quello della filiera agricola ed alimentare, sotto i riflettori sin dall’inizio dell’emergenza, al fine di garantire gli approvvigionamenti alla popolazione.

Il virus proveniente dalla Cina non è l’unico flagello che l’Italia deve affrontare in questi mesi. Un altro “regalo”, anch’esso originario del Paese asiatico (e dal Giappone), sta infatti provocando danni enormi all’agricoltura nazionale, mettendo in allarme gli operatori del settore. Negli ultimi anni una specie alloctona, quella della cimice asiatica (conosciuta anche come cimice marmorata), si sta sempre più radicando sul nostro territorio.

Già a gennaio la Coldiretti quantificava in 48.000 le imprese italiane danneggiate dall’insetto fitofago, per una perdita economica di circa 740 milioni di euro. Il Nord Italia è il più interessato, con Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto che si aggiudicano il poco invidiabile podio delle regioni più colpite. Il primo esemplare registrato nella penisola risale al 2012 (senza tuttavia che ciò escluda un arrivo precedente) ma da quel momento si è progressivamente diffuso, diventando oggi una sfida tutt’altro che marginale per il nostro Paese.

A permettere alla specie in questione di raggiungere continenti diversi da quello di provenienza (arrivando ad esempio negli Stati Uniti già alla fine degli anni Novanta) è stata la concatenazione tra cambiamenti climatici e globalizzazione, con l’insetto che può aver raggiunto Europa ed America dentro container merci, imballaggi o altri vettori simili, prosperando in aree dove un tempo avrebbe avuto difficoltà a sopravvivere.

Dopo il via libera della Conferenza Stato-Regioni ed i richiesti pareri tecnici favorevoli, lo scorso 14 aprile 2020 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dell’Ambiente, emanato il 2 aprile, che prevede l’introduzione artificiale di specie autoctone e alloctone (quest’ultimo caso solo per contrastare parassiti provenienti dalle medesime aree geografiche). Si vuole in questo modo procedere all’immissione nel nostro ecosistema di alcuni particolari insetti (celebre è il caso della “vespa samurai”), i quali, deponendo le proprie uova all’interno della covata rivale, ne impediscono la proliferazione. L’obiettivo ovviamente non è quello di eliminare totalmente questa specie dal nostro territorio ma riportare la situazione verso quell’equilibrio precedentemente sconvolto dall’arrivo dei nuovi parassiti.

La Halyomorpha halys (nome scientifico della cimice asiatica) non è tuttavia l’unico organismo che preoccupa gli agricoltori, alle prese con altri insetti di recente provenienza. Alcuni esempi sono il calabrone gigante asiatico (Vespa velutina), arrivato in Francia nel 2004 e da lì diffusosi presto nel resto d’Europa (in Italia ha fatto la sua comparsa all’incirca nel 2012), ed il coleottero africano (Aethina tumida), proveniente dal Sudafrica (il quale dovrebbe aver raggiunto il nostro Paese nel 2014, radicandosi nel Nord Italia). Tali insetti hanno la peculiarità di deporre le proprie uova negli alveari, distruggendo quelle delle api, e di devastare gli alveari stessi, con danni esiziali per l’intero ecosistema.

La speranza, dunque, è che le misure di contenimento del fenomeno possano risultare vincenti. Il settore agricolo deve costantemente essere monitorato per garantire la salvaguardia della filiera alimentare, nonché per tutelare gli operatori, personale il cui ruolo strategico è sempre più evidente.

Marco Valerio Solia

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