L’infinitamente piccolo. Come un virus cambierà il mondo

Sono passati 13 anni da quando l’ex trader e matematico libanese Nassim Nicholas Taleb diede alle stampe “Il cigno nero”, testo che evidenzia come il verificarsi di un evento negativo considerato improbabile (e per questo sottostimato) possa provocare uno shock in grado di modificare le dinamiche mondiali. La pandemia in atto, come segnalato da diversi osservatori, appare a tutti gli effetti quell’evento.

Anche se l’autore ha negato che il caso del Covid-19 vada considerato alla stregua di un “cigno nero” (a causa dei molteplici avvertimenti della comunità scientifica in merito al diffondersi di una possibile pandemia), la repentinità degli avvenimenti e le conseguenze esiziali che l’invisibile flagello provocherà permettono già di individuare nel 2020 l’anno di accelerazione di molteplici processi, con ricadute che cambieranno (e di molto) il corso della storia.

Proviamo allora, in un esercizio che forse non risulterà inutile, a delineare quelle che potrebbero dimostrarsi le linee di tendenza future, figlie (anche) di un microrganismo, invisibile ad occhio nudo, capace di prostrare grandi potenze ed istituzioni internazionali.

Disgregazione dell’eurozona?

La crisi economica, in particolare quella sui debiti sovrani, all’inizio del decennio scorso ha provocato, presso una porzione significativa dei cittadini continentali, l’emergere di sentimenti di rigetto nei confronti del progetto europeo. L’assenza di un cambio di rotta da parte di Bruxelles (e di Francoforte) dopo l’uscita del Regno Unito ha evidenziato la mancanza di resilienza della struttura comunitaria. Il (probabile) rifiuto di una condivisione degli oneri economici derivanti dallo shock in atto (con l’Italia quale epicentro) potrebbe condurre l’Unione Europea, o quantomeno il “nucleo duro” dell’eurozona, verso la sua fase terminale.

Anglosassoni Vs Continentali

Il senso di alterità britannico verso la massa continentale non si limita a geopolitica ed economia ma si rivela una forma mentis radicata anche di fronte ad un evento pandemico. L’Europa continentale, seppure con gradazioni diverse, ha adottato o sta adottando contro il Covid-19 delle misure di contrasto, volte a limitare al minimo i contatti interpersonali, così da rallentarne la diffusione. Come stiamo invece assistendo, Londra affronta con (irresponsabile) fatalismo l’espansione del virus, mostrando, dietro la motivazione della cosiddetta “immunità di gregge”, un darwinismo che abbandona al proprio destino le categorie più fragili. Due modelli a confronto, che si confermano, ancora una volta, irriducibili l’uno all’altro.

L’Intelligenza Artificiale, “poliziotto di quartiere”

La Cina ha sconfitto, secondo le dichiarazioni ufficiali, il diffondersi esponenziale della pandemia. Note sono le misure draconiane di contenimento messe in atto da Pechino. Una parte cruciale del contrasto al Covid-19 è stata tuttavia giocata dalle nuove tecnologie. Le centinaia di milioni di telecamere sparse per il territorio cinese sono state utilizzate per monitorare i soggetti sottoposti a quarantena ma non si sono limitate a questo: grazie all’Intelligenza Artificiale, infatti, è stato possibile determinare nelle persone riprese le temperature corporee superiori a quelle normali, accertando così i casi di febbre. Gli apparecchi di videosorveglianza intelligenti hanno altresì permesso di individuare i cittadini sprovvisti di maschera e, parallelamente, messo in atto un sistema di riconoscimento facciale istantaneo anche per chi ne era provvisto. La “gratitudine” verso le macchine comporterà nel futuro un’ulteriore legittimazione della loro pervasività nella vita quotidiana? Non è inverosimile prefigurare che il perdurante conflitto tra la tutela della privacy e l’onnipresenza della tecnologia veda quest’ultima uscirne vincitrice.

La fine del mito dell’export-led

Le inevitabili ripercussioni sul commercio globale consentiranno un’analisi più lucida sui limiti che caratterizzano le economie basate sulle esportazioni. Una mentalità mercantilistica, tipicamente europea, ha infatti inculcato nell’immaginario collettivo l’idea che esportare sia automaticamente un elemento di forza. I dazi americani alla Cina, tuttavia, hanno dimostrato come la realtà sia molto più complessa. Senza una robusta domanda interna, un sistema export-led può diventare bersaglio di sanzioni altrui oppure essere dipendente dalla crescita degli altri Paesi, rischiando pesanti ripercussioni durante congiunture negative eccezionali.

L’intervento statale in economia ed i limiti del mercato

Superata una prima fase in cui l’entità del rischio è stata sottovalutata, sono pochissimi gli italiani che non hanno benedetto l’esistenza di un servizio sanitario pubblico, gratuito e, nonostante i tagli pluridecennali e le differenze regionali, efficiente. Nel momento d’emergenza, la narrazione dell’austerità quale termometro della moralità di un Paese è evaporata, mentre si è accresciuta la consapevolezza della necessità di preservare lo Stato sociale quale elemento irrinunciabile di civiltà. Ragionamento riguardante anche produzioni precedentemente sottovalutate perché non remunerative secondo la logica di mercato. La lotta contro il tempo per reperire mascherine e respiratori dimostra come il concetto di “strategico” possa, in maniera del tutto imprevedibile, cominciare ad interessare beni prima non considerati tali, la produzione dei quali è magari collocata all’estero oppure non è sufficiente per coprire il fabbisogno nazionale in caso di shock.

Il ritorno della partecipazione

I momenti storici che seguono i grandi traumi collettivi (guerre mondiali su tutte) hanno sempre provocato un aumento della politicizzazione delle collettività. Il caso italiano del secondo dopoguerra è emblematico, con la società dell’epoca che vedeva tra i più alti tassi di partecipazione politica di tutto l’Occidente. La consapevolezza, maturata in tempi di crisi, dell’esigenza di vigilare attivamente sulla cosa pubblica, spinge il cittadino, per non diventare mero esecutore passivo della volontà altrui, ad un maggior grado di partecipazione, politica e culturale. Auspichiamo, dunque, che dalle “macerie” gli italiani possano “ripoliticizzarsi”, al fine di poter dare il proprio contributo alla ricostruzione. Perché quando tutto questo sarà finito l’Italia dovrà ricominciare.

Marco Valerio Solia

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