Sarkozy, l’Italia e il suicidio libico

In un futuro prossimo, quando gli storici prenderanno in esame l’Italia attuale, gli eventi libici del 2011 appariranno probabilmente come lo snodo cruciale dei destini della penisola, in grado di caratterizzare le sorti del nostro Paese per i prossimi decenni.

Dalla perdita d’influenza nel Mediterraneo alla crisi migratoria, dai contraccolpi economici allo sfaldamento europeo sui dossier strategici, tutto concorre ad individuare nella guerra libica e nella conseguente balcanizzazione dell’area una sfida esistenziale per la tenuta sistemica dell’Italia post Guerra fredda.

L’affaire giudiziario sui finanziamenti libici per la campagna elettorale di Sarkozy del 2007 (secondo i magistrati transalpini Sarkò avrebbe ricevuto da Tripoli circa 5 milioni di euro tra il novembre 2006 ed il gennaio successivo) ha nuovamente posto sotto i riflettori l’opaca operazione che condusse all’eliminazione di Gheddafi, della quale, come è noto, l’Eliseo fu tra i più attivi assertori.

Le connessioni tra Parigi e faccendieri libici, se da una parte consentono di completare il quadro circa gli interessi in gioco all’alba dell’intervento occidentale contro il Raìs, dall’altra, tuttavia, non devono far passare in secondo piano le inconfessabili motivazioni strategiche che spinsero i nostri alleati ad effettuare un deliberato regime change. Né è possibile tacere la miopia di una parte consistente della politica italiana, che antepose ragioni di politica interna a valutazioni di lungo periodo, in grado di tutelare gli interessi nazionali in quel drammatico frangente.

Nonostante la teoria del caos controllato mostri come dietro un apparente disordine sistemico possa invece celarsi un razionale perseguimento di interessi geopolitici, le conseguenze del conflitto libico mettono in evidenza come l’instaurazione di un governo filo francese in grado di estromettere Roma dall’area non possa dirsi riuscita. Certamente sono stati numerosi gli obiettivi raggiunti da Parigi, a cominciare dalla neutralizzazione di una possibile valuta panafricana, sostenuta dalle consistenti riserve di oro ed argento detenute nelle casse di Tripoli prima del conflitto, potenzialmente in grado di sostituire il Franco CFA, grimaldello d’influenza francese nelle sue ex colonie. Inoltre il contraccolpo economico e d’immagine per Roma è stato fortissimo: le imprese italiane, ENI in primis, hanno pagato un conto salato proprio in un Paese che prima del 2011 stava diventando un fiore all’occhiello della strategia mediterranea italiana.

La produzione petrolifera complessiva è infatti calata sensibilmente in questi anni e, ancora oggi, non si è riusciti a tornare ai livelli di produzione del 2010, pari a circa 1,6 milioni di barili giornalieri (l’estate scorsa hanno superato il milione). Il Paese arabo rappresenta per l’Ente italiano circa il 20% della produzione complessiva di idrocarburi, non è dunque difficile comprendere il danno economico inflitto al Cane a sei zampe, che pur in varie parti del continente sta collezionando significative rivincite.

I fatti del 2011 rappresentano soltanto uno dei tasselli della strategia francese per influenzare la “Françafrique”, zona privilegiata della proiezione internazionale di Parigi, contrastando quegli attori, come l’Italia, in grado di ritagliarsi piccole ma rilevanti porzioni d’influenza. Leggendo il presente sembra quasi di assistere ad una riproposizione di logiche vecchie oltre un secolo, all’indomani dell’unificazione tedesca e del crollo dell’influenza francese sul continente europeo.

Come dopo il 1870, infatti, sembra che l’Africa possa servire da “ammortizzatore” per l’espansionismo di Parigi. Oggi come allora l’incapacità di fare fronte all’influenza di Berlino in Europa, porta la Francia a voler consolidare le proprie posizioni nella sponda Sud del Mediterraneo, tentando così di disegnarsi un ruolo specifico anche all���interno di UE e NATO. Fino ad ora, tuttavia, sembra che ad averci guadagnato maggiormente sia un attore di ben altra stazza, che osserva con non troppo dispiacere le spinte centrifughe in seno all’Unione Europea: l’anglosfera.

Marco Valerio Solia