Siria, il ruolo dell’Italia tra Washington e Mosca

A un anno di distanza dall’attacco contro la base aerea siriana di Shayrat, nonostante il possesso e l’utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Damasco non siano ancora stati dimostrati, gli Stati Uniti hanno deciso nuovamente di intervenire, questa volta con il contribuito delle forze aero-navali francesi ed inglesi.

Anche se non ci sono riscontri ufficiali, sembra che un numero rilevante dei circa 110 missili lanciati dalla coalizione siano stati intercettati dal sistema di difesa siriano, vanificando in parte l’efficacia dell’attacco e suscitando il malcontento dei miliziani ribelli siriani recentemente sconfitti nella Ghouta.

Al fine di evitare incidenti e sulla base delle dichiarazioni, fra gli altri, del ministro della Difesa francese e dell’ambasciatore americano a Mosca, è emerso che le autorità russe siano state preventivamente avvisate – così come era successo nel 2017 – dell’imminente attacco e degli obiettivi da colpire. Questo ha permesso ai militari russi di evacuare alcune zone e di non subire perdite, cosa che avrebbe scatenato una reazione sicuramente più significativa di quella alla quale abbiamo assistito. Per il momento Putin si è infatti limitato a condannare l’azione, ritendendola “un’aggressione in aperta violazione del diritto internazionale”, ed a presentare una risoluzione di condanna (bocciata) al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L’Italia, complice una situazione politica ancora non definita, ha deciso di non supportare l’operazione a guida statunitense, rifiutandosi di concedere le proprie basi come punto di partenza per gli attacchi in Siria. Il premier Gentiloni ha più volte ribadito che la soluzione del conflitto siriano può giungere solo attraverso lo strumento della diplomazia, auspicando che l’azione mirata di venerdì notte non sia l’inizio di un’escalation di violenze.

La posizione italiana è motivata altresì dalla necessità di mantenere saldi i rapporti sia con Washington sia con Mosca, senza essere costretti a sostenere gli uni a discapito degli altri. In questo senso l’Italia può svolgere un’importante funzione di mediazione: la nomina del diplomatico italiano Staffan De Mistura a inviato speciale del segretario generale dell’ONU per la Siria nel 2014 conferma la fiducia riposta nei confronti del nostro Paese per il processo di pacificazione.

Nell’ambito di questo processo appare estremamente rilevante l’incontro segreto (non confermato, ma neanche smentito) che secondo alcune fonti avrebbe avuto luogo a Roma lo scorso gennaio tra il capo dei servizi segreti siriani Ali Mamlouk e il Direttore dell’AISE Alberto Manenti. In base a quanto è emerso le discussioni avrebbero avuto come focus questioni legate a sicurezza e migrazione, con l’obiettivo di contrastare il terrorismo, ma anche di rompere l’isolamento del regime.

In un momento in cui rovesciare il governo di Assad non sembra più essere al centro dei piani occidentali, la cooperazione a tutti i livelli appare la soluzione più logica e l’unica in grado di scongiurare il protrarsi del conflitto. Lo strike a guida americana va invece nella direzione opposta, dimostrando ancora una volta che la priorità, in un contesto nel quale nessuno degli attori vuole essere lasciato fuori, è ancora quella di mostrare i muscoli.

Davide Garavoglia

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