A Bruxelles Trump serra i ranghi della NATO

Nell’ultimo biennio le frizioni interne al campo atlantico sono diventate sempre più pressanti. Sin dall’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump, infatti, la volontà americana di riscrivere le regole d’ingaggio dell’alleanza (congiuntamente alle note misure protezionistiche) ha provocato le resistenze di alcuni Paesi membri, preoccupati dall’aumento dei costi derivanti da una più equa ripartizione degli oneri.

Il summit NATO di Bruxelles, tenutosi l’11 ed il 12 luglio scorsi, si è svolto in un clima non idilliaco, con il presidente statunitense al centro dell’attenzione mediatica per diverse dichiarazioni filtrate (alcune smentite), che hanno contribuito ad un’atmosfera tesa e foriera di divisioni. In tal senso sono bastati i tweet pubblicati dal tycoon  alla vigilia e durante l’incontro per far comprendere chi avrebbe dettato l’agenda. Il 10 luglio The Donald  faceva intendere ai propri follower  che i Paesi le cui spese nel settore difesa fossero inferiori al 2% del proprio Pil avrebbero dovuto corrispondere gli arretrati.

Il giorno successivo, sempre sul popolare social, il tono si alzava ulteriormente: “Quanto è equa la NATO – chiedeva polemico Trump – se la Germania paga alla Russia miliardi di dollari per gas ed energia? Perché sono soltanto 5 su 29 i Paesi che hanno mantenuto i loro impegni? Gli Stati Uniti stanno pagando la protezione dell’Europa mentre perdono miliardi nel commercio. [Gli altri Paesi] devono pagare il 2% del Pil adesso, non nel 2025!”

Come è noto, tra le principali rivendicazioni trumpiane vi è quella di una redistribuzione del budget  della NATO, coperto per oltre il 70% da Washington. Già nel summit in Galles del 2014 i 29 Paesi membri avevano sottoscritto l’impegno di aumentare le rispettive spese nazionali nel settore difesa così da raggiungere in un decennio il 2% del Pil ma, fino alle presidenziali americane del 2016, non si era registrato un significativo cambio di rotta.

L’enfasi posta dall’amministrazione repubblicana su questo tema ha prodotto i suoi effetti, come sottolineato durante il summit di Bruxelles da parte del Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, il quale ha ricordato che, nel solo 2017, le spese europee e canadesi sono aumentate di circa il 5%. L’avvento di Trump ha potenziato un processo le cui basi erano già state poste pochi anni prima: sempre secondo quanto riporta Stoltenberg, il triennio successivo al 2014 ha registrato un aumento costante delle spese, per un ammontare complessivo di ben 46 miliardi di dollari.

Nel 2017 oltre agli Stati Uniti si sono attestati sopra il parametro del 2% solo la Grecia (2,38%), il Regno Unito (2,11%) e l’Estonia (2,08%), con la Polonia che si è avvicinata molto all’obiettivo (1,89%, l’anno precedente era il 2% ed è prevista una risalita a quella cifra per il 2018). Quest’anno dovrebbero essere 7 i Paesi che ottempereranno (o quasi) alle indicazioni di Trump: Grecia, Estonia, Regno Unito, Lettonia, Polonia, Lituania e Spagna. Tra gli Stati più rilevanti dell’alleanza vanno evidenziati i casi di Turchia (1,52%), Canada (1,36%), Germania (1,27%) ed Italia (1,15%), tutti ben lontani dall’obiettivo prefissato.

Ovviamente il dato relativo non va confuso con quello assoluto, dove i Paesi di stazza economica più grande detengono una quota molto più significativa. In questo conteggio il Regno Unito rappresenta il 5,8% della spesa totale, seguito da Germania e Francia, entrambe con il 4,8%. Al quinto posto compare l’Italia, che rappresenta il 2,4% della spesa complessiva dell’intera alleanza atlantica.

Tornando al summit, quelli menzionati sopra non sono apparsi come gli unici motivi di dissidio. Voci (smentite) riprese anche da alcune agenzie internazionali, parlerebbero addirittura di un Trump arrivato a minacciare l’uscita degli USA dalla NATO qualora i Paesi membri non si fossero prontamente adeguati all’aumento di spese militari voluto da Washington. Trump ha inoltre esternato la propria volontà di far aumentare la spesa per il settore militare dal 2 al 4%, in linea con la percentuale annuale che Washington spende per la propria difesa. Secondo il tycoon, infatti, “l’Europa beneficia delle Nato molto di più degli Stati Uniti” e la Germania, a causa degli interessi energetici, sarebbe “totalmente controllata dalla Russia”.

Gli impegni presi dagli alleati durante il vertice, indirizzati come nel 2014 ad aumentare la parte del Pil destinata alla difesa, le parole di soddisfazione alla fine del summit da parte di Donald Trump e la sua assicurazione di non voler far uscire gli USA dalla NATO certamente rappresentano un esito positivo viste le premesse, tuttavia non eliminano le ragioni strutturali della discordia tra Washington ed i suoi partner di minoranza. Una nota positiva da sottolineare è quella del favore di cui gode il presidente Conte presso il tycoon, con il quale, a margine dell’incontro, c’è stato uno scambio di battute. Terminato un bilaterale con Macron, infatti, Trump ha scherzosamente chiesto al premier italiano come procedesse il controllo delle frontiere, al che il nostro presidente del Consiglio, indicando l’inquilino dell’Eliseo, ha ironicamente risposto che procedeva bene ma che Macron non stava dando una mano.

Battute a parte, le frizioni interne alla NATO risultano ancor più marcate se confrontate con l’incontro avvenuto ieri tra Trump e Putin a Helsinki, svoltosi in un clima di reciproca benevolenza e preceduto dal tradizionale attacco del presidente americano all’Europa, definita nientemeno che “nemica”. Come per il bilanciamento del disavanzo commerciale, anche l’intervento americano in ambito NATO risulta dunque cruciale per comprendere le mosse future della superpotenza, alle prese con il difficile mantenimento della propria egemonia.

Marco Valerio Solia

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