Colombia, nel processo di pace tra FARC e governo c’è anche lo zampino di Roma

Con la firma degli accordi di pace de l’Avana (25 agosto 2016) tra la Colombia guidata dal Presidente Juan Manuel Santos e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC), si è assistito ad un passo storico nella risoluzione di un conflitto che ha martoriato il Paese per piú di 50 anni.

Nonostante un tale sviluppo non possa che costituire un elemento positivo per la stabilità della regione, occorre tuttavia sottolineare come esso vada attentamente monitorato e consolidato, affrontando alla radice le ragioni strutturali dello scontro.

L’itinerario da percorrere è infatti ancora molto lungo e ricco di insidie, come emerso chiaramente nei lunghi negoziati intercorsi tra le parti, durati ben quattro anni ed a cui hanno partecipato diversi attori terzi.

Un ruolo significativo è stato svolto da Paesi come la Norvegia e Cuba, presenti ai negoziati in qualità di garanti, mentre Cile e Venezuela, “Paesi accompagnanti”, hanno offerto i loro buoni uffici.

Per dirla con Johan Galtung, attualmente la Colombia si trova in una fase di “pace negativa”, ossia caratterizzata dall’assenza, o quasi, di violenza tra le due parti, con le tensioni strutturali latenti tuttavia non ancora rimosse.

In questo senso, non solo lo Stato (dallo scorso giugno 2017 presieduto dal leader del Centro Democratico Iván Duque) o gli ex-guerriglieri, ma tutti i settori della societá devono lavorare insieme per il raggiungimento di una pace realmente duratura.

Il referendum del 2 ottobre 2016, che ha visto prevalere la bocciatura dell’accordo di pace da parte dell’elettorato, è stato indicativo di questa frattura in seno alla societá colombiana. La fine della violenza non significa che le ragioni dell’incompatibilitá siano dunque venute meno. Occorre perciò ricostruire il tessuto morale della comunità divisa, sostenendo una riconciliazione che non sia meramente formale.

In questa direzione l’Unione Europea sta giocando un ruolo di rilievo, con la creazione nel dicembre 2016 del  Fondo fiduciario per la Colombia, a cui sono stati destinati 95 milioni di euro (il contributo italiano ammonta a 3 milioni). Tramite l’AICS (Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo), Roma sta infatti sostenendo la Colombia in questa delicata fase di transizione.

Lo scorso 13 dicembre – ad un anno dalla creazione del Fondo – è stato firmato all’Ambasciata italiana in Colombia il progetto “La paz única esperanza para el desarrollo económico y social – PUEDES”.

Questo progetto, finanziato dal Fondo UE, ha un costo complessivo di 3,3 milioni di euro ed agisce in conformitá con i punti I e III dell’accordo di pace dell’Avana, mirando a rafforzare lo sviluppo rurale ed economico. Tuttavia le sue ricadute non sono esclusivamente economiche:  l’implementazione di progetti nel settore agricolo – i cui beneficiari sono circa cinquemila famiglie residenti nei municipi di Puerto Asis, Puerto Caicedo, Orito, Valle del Guamuez e Puerto Leguizamo nel dipartimento del Putumayo – riflette degli obiettivi fondamentali da raggiungere nella fase del post-conflitto, come ricostruire relazioni sociali, riconciliare differenti settori della comunità colombiana e rafforzare l’identitá culturale.

L’iniziativa è stato elaborata e portata avanti dall’Agenzia Italiana di Cooperazione e Sviluppo, affiancata da due ONG italiane, quali il CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli), presente nel territorio colombiano da più di trent’anni, e Coopermondo, associazione appartenente alla Confederazione nazionale delle cooperative italiane.

Tra gli attori non statali italiani una menzione particolare merita la Comunità di Sant’Egidio: pur non avendo ricoperto ruoli ufficiali, essa ha infatti condotto in questi anni una continua opera di tessitura tra le parti, facendo da ponte tra governo colombiano, FARC e, non ultimo, Papa Bergoglio, da sempre attento alle dinamiche in atto nel Paese sudamericano e notoriamente favorevole alla prosecuzione delle trattative.

Nonostante la Colombia non costituisca una degli interessi geo-strategici principali dell’Italia, l’internazionalizzazione del conflitto interno al paese colombiano l’ha spinta ad essere presente in questa fase delicatissima. Come detto al principio, la strada da percorrere è ancora lunga, il processo di pace sarà probabilmente sottoposto a modifiche e necessiterà di diversi anni per consolidarsi, ma la rotta è stata tracciata.

Per ciò che concerne il ruolo del nostro Paese, si conferma l’importanza della cooperazione allo sviluppo come efficace strumento per intervenire nelle diverse crisi regionali. Attraverso l’AICS, l’Italia può aumentare la propria influenza nell’area, rafforzando le relazioni non solo con Bogota’ ma anche con le altre capitali latino-americane e, perché no, diventare il principale anello di congiunzione, insieme alla Spagna, tra Unione Europea ed America Latina.

Simone Careddu

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