Il tramonto del califfo

Sono passati già 4 anni dall’instaurazione dello Stato Islamico di Iraq e Siria, annunciata nel giugno 2014 a Mosul (appena conquistata) dall’autoproclamatosi “califfo” Abu Bakr al Baghdadi. Come è noto, la nuova entità statuale riuscì in breve tempo ad estendere il proprio controllo su vaste aree dei due Paesi arabi, attirando decine di migliaia di jihadisti da tutto il mondo e, parallelamente, garantendosi l’affiliazione di molte sigle terroristiche operanti nell’umma islamica (e non solo).

Dalla Nigeria all’Indonesia, dalle Filippine alla Libia, l’internazionale del terrore ha osservato gli sviluppi nel “Siraq” con preoccupazioni di carattere geopolitico e religioso. Non a caso il termine califfo (da khalifa, successore) denota ambizioni universali, richiamandosi ai sovrani che succedettero al profeta nella guida delle tribù arabe. Per secoli le diverse dinastie utilizzarono questo titolo come fonte di legittimazione e, con l’avvento dell’impero ottomano, esso fu ripreso dai sultani della Sublime Porta, i quali lo mantennero fino alla nascita della Turchia contemporanea, quando venne abolito per volontà di Atatürk nel 1924.

A distanza di oltre 90 anni da quella data, il tentativo di utilizzare il “califfato” come moltiplicatore d’influenza appare sostanzialmente fallito, pur mantenendo intatto il proprio fascino eversivo per molti giovani, attratti dalle rivendicazioni palingenetiche e dal rifiuto degli attuali (dis)equilibri regionali. Nonostante importanti istituzioni e personalità del clero sunnita (per non parlare di quello sciita) si siano rifiutate di fornire allo Stato Islamico legittimazione religiosa, è ovviamente sul piano militare che questa feroce parentesi sta per giungere al termine. Ciò non significa che la minaccia stia per essere estirpata del tutto, come drammaticamente confermano le notizie di questi giorni.

La diffusione, mercoledì scorso, di un messaggio audio inneggiante alla jihad  attribuito proprio ad al Baghdadi (vivo nonostante si fosse ipotizzato il contrario dopo il raid  russo del giugno 2017) evidenzia un cambio di strategia del regime morente, rassegnato alla sconfitta sul piano bellico ma pronto a riportare la sfida in una dimensione di guerra asimmetrica. Agli occhi degli analisti, infatti, lo Stato Islamico ha rappresentato un’anomalia rispetto alle sigle terroristiche precedenti, solo in pochissimi casi in grado di contendere la sovranità su porzioni rilevanti di territorio. Gli sviluppi del conflitto stanno cancellando dalla cartina geografica quest’eccezione e, conseguentemente, gli uomini del califfo cercano di riadattarsi ai mutamenti in atto.

Le indicazioni veicolate su telegram durante gli oltre 50 minuti dell’audio dal titolo “Give Glad Tidings to the Patient” sono fin troppo esplicite, con al Baghdadi che invita i suoi a perseverare: «non avete scelta. Se volete vivere dignitosamente, allora dovete tornare alla vostra religione e combattere il vostro nemico». Il leader di Daesh  ha parlato della crisi tra USA e Turchia sul caso del pastore evangelico Andrew Craig Brunson, affermando inoltre che l’America «sta attraversando il periodo peggiore della sua intera esistenza» riferendosi ai contrasti con la Russia nella regione.

«Sostenitori del califfato in ogni luogo – ha dichiarato l’uomo su cui pesa una taglia USA da 25 milioni di dollari – nei media o sul campo, vi diciamo che lo Stato è solido», rassicurando i suoi sulle perdite territoriali subite (circa il 90% rispetto alla sua massima estensione) ed accusando di tradimento i ribelli nella Siria meridionale che si sono arresi alle forze lealiste. Le dichiarazioni che possono però spaventare maggiormente l’opinione pubblica occidentale sono quelle volte a suscitare attacchi terroristici contro i nemici dello Stato Islamico, da perpetrare con ogni mezzo.

Il lungo discorso del sedicente califfo, a due mesi dalla notizia della morte di suo figlio Hudhayfah al Badri durante un attacco jihadista ad Homs, contribuisce ad illuminare le criticità che accompagneranno il tramonto di Daesh, vicino alla sconfitta totale ma con un numero di effettivi ancora estremamente preoccupante. Secondo il Pentagono sarebbero 14.000 e oltre 17.000 i miliziani dello Stato Islamico rimasti rispettivamente in Siria ed in Iraq. Un rapporto delle Nazioni Unite parla invece di un numero di jihadisti che oscilla tra le 20.000 e le 30.000 unità. Alta è dunque la probabilità che una parte consistente di essi abbia già indossato abiti civili, potendo costituire una grave minaccia per il dopo conflitto.

Marco Valerio Solia

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