In Egitto l’Italia prova a blindare la Libia

“La guerra – scriveva Max Gallo – assomiglia al gioco della dama, la politica a quello degli scacchi”. In effetti, osservando i mutevoli equilibri mediorientali, appare necessario l’intervento di un attore internazionale in grado di districare la complessa rete di interessi economici e pressioni geopolitiche, neutralizzando le fonti di instabilità che colpiscono la regione e sostenendo politiche di sviluppo e pacificazione.

Pur consapevole del proprio status di “media potenza”, l’Italia può svolgere in questo frangente un ruolo prezioso, sostenuta sia dagli storici legami con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo sia dalla posizione geografica, che, giocoforza, le impone di interessarsi attivamente alle evoluzioni politiche degli Stati rivieraschi.

In quest’ottica va letto il viaggio di Enzo Moavero Milanesi, primo ministro degli Esteri italiano a recarsi in Egitto dal 2015 e, dunque, dall’esplodere nell’anno successivo del drammatico caso Regeni. La visita di tre giorni (dal 4 al 6 agosto) era stata preceduta il 18 luglio scorso da quella del ministro degli Interni Matteo Salvini, che in quell’occasione aveva avuto modo di chiedere ad al Sisi di fare piena chiarezza sull’assassinio del giovane ricercatore friulano.

Durante la tre giorni nel Paese arabo, il protocollo ha previsto numerose visite e colloqui. Il 4 agosto Moavero Milanesi ha inaugurato 19 nuovi ambulatori dell’ospedale italiano di Abbaseya, alla presenza del ministro della Salute egiziano e dell’ambasciatore italiano. Il giorno successivo il titolare della Farnesina ha incontrato il presidente al Sisi ed il ministro degli Esteri Sameh Shoukry, dicendosi soddisfatto per le rassicurazioni di collaborazione sul caso Regeni e per l’avvicinamento di vedute sulla crisi libica, negli ultimi anni spina nel fianco delle relazioni tra i due Paesi.

Nella stessa giornata ha visitato la chiesa di Boutroseya, bersaglio nel 2016 di un attentato in cui morirono 29 persone, ha incontrato il patriarca copto ortodosso Teodoro II e, infine, si è recato nel Museo egizio di piazza Tahrir, ove si è svolta l’inaugurazione di una mostra di reperti scoperti da archeologi italiani o restituiti dal nostro Paese. Ieri mattina, invece, Moavero Milanesi ha visitato il “Grand Egyptian Museum”, il nuovo museo dedicato alle antichità egizie in costruzione vicino alle Piramidi, dove si trovano attualmente alcuni pezzi del tesoro di Tutankhamon in fase di restauro. Ha poi incontrato il primo ministro Mostafa Kemal Madbouly ed il Grande Imam dell’Università di al Azhar.

Nonostante il grande spazio riservato alle visite culturali ed agli incontri con le principali autorità religiose del Paese, l’aspetto geopolitico ha assunto nel viaggio di Moavero Milanesi un ruolo preponderante, a cominciare dall’intesa sulla Libia: entrambi i governi sono infatti contrari alla scelta di far svolgere il 10 dicembre le elezioni parlamentari nell’ex Stato di Gheddafi, secondo quanto ipotizzato a maggio alla conferenza internazionale tenutasi in Francia e sostenuta da Macron. Oltre alle affermazioni di principio, Roma e Il Cairo vorrebbero prima far raggiungere alle forze in campo un accordo di massima, sapendo bene che eventuali consultazioni subirebbero le ingenti (per usare un eufemismo) interferenze delle milizie.

Sotto questo aspetto, la contrarietà del nostro “rivale” Haftar è incoraggiante: non a caso Moavero Milanesi ha già detto di volerlo incontrare a breve. Visti anche i positivi riscontri del summit di Washington tra Donald Trump e Giuseppe Conte, l’Italia dovrebbe approfittare del contesto attuale per proteggere la “Quarta sponda” dalle influenze francesi e tornare a giocare un ruolo di rilievo nel Mediterraneo.

Il bilancio della visita di Moavero Milanesi risulta dunque ampiamente positivo ed accelera il processo di riavvicinamento tra Italia ed Egitto, rafforzato dal ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo nel settembre dello scorso anno. Tale legame risulterà decisivo per gli sviluppi futuri dell’area. Le turbolenze degli ultimi anni, insieme alla necessità di non osservare passivamente la riscrittura dei rapporti di forza nel Medio Oriente allargato, obbligano il nostro Paese ad abbandonare l’introversione in politica estera per tornare ad essere protagonisti nel nostro cortile di casa.

Marco Valerio Solia

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