Libia, il braccio di ferro tra Italia e Francia continua

A partire dalla destituzione di Muahammar Gheddafi nel 2011, la Francia ha tentato a più riprese di sostituire l’Italia nel suo ruolo di interlocutore e partner strategico, sfruttando l’instabilità generata dalla nuova condizione politica. Da allora Roma e Parigi tentano di imporsi come mediatori nella transizione libica: la prima sostenendo – in accordo con l’ONU – il premier del Governo di accordo nazionale Fayez Serraj, la seconda intensificando i propri rapporti con il generale Khalifa Haftar, che controlla la Cirenaica.

Nonostante questo quadro di massima, l’Italia ha tentato negli ultimi mesi di avvicinare lo stesso Haftar, avendo espresso sia il ministro degli Esteri Moavero Milanesi sia il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini la propria disponibilità ad incontrarlo. Gli interessi, oltre che di natura politica, sono evidentemente di natura economico-energetica: l’Italia ha raggiunto un interscambio con la Libia di 4 miliardi di euro nel 2017 (+36% rispetto all’anno precedente), grazie soprattutto alla ripresa dei flussi di greggio. La Francia, dal canto suo, mira ad espandere la propria presenza nel Paese e, dopo che la Total ha acquistato il 16% del giacimento di Waha in Cirenaica, i giacimenti inesplorati del golfo della Sirte sono già entrati nel mirino di Parigi (e non solo).

Nell’ultimo anno il presidente francese Macron ha portato avanti una serie di iniziative diplomatiche unilaterali che sono culminate nella Conferenza di Parigi dello scorso 29 maggio che, seppure ha avuto il merito di riunire i rappresentanti delle diverse fazioni libiche ed i Paesi che hanno maggiore influenza sulla Libia, ha prodotto un documento che non solo non è stato firmato dai partecipanti, ma sarà difficilmente realizzabile se non ci sarà collaborazione tra gli attori.

Uno dei punti più dibattuti, e al quale si è fatto cenno nel nostro precedente articolo, è quello riguardante le prossime elezioni presidenziali in Libia: durante l’incontro di Parigi era emersa come data ipotetica il 10 dicembre. Considerando la posizione piuttosto delicata di Fajez Serraj in Tripolitania, Haftar è convinto di essere favorito e preme per andare alle urne il prima possibile. Italia ed Egitto, invece, sostengono la necessità che ci sia un assetto politico stabile, in modo da arrivare ad elezioni politiche e presidenziali con adeguate garanzie (ovvero con un accordo preventivo tra le diverse fazioni).

Fatte queste premesse, possiamo adesso comprendere con maggior cognizione di causa la decisione del generale Haftar di dichiarare l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Perrone, “persona non gradita alla maggioranza dei cittadini libici”. Seguendo la linea della Farnesina, l’ambasciatore aveva infatti dichiarato che la riconciliazione nazionale è la condizione essenziale per lo svolgimento delle elezioni, ma che “la data concernente le elezioni è di pertinenza dei libici e solo dei libici”. L’Italia, è opportuno rimarcarlo, è l’unico Paese ad aver mantenuto una sede diplomatica a Tripoli.

Il nostro governo, nel frattempo, è riuscito ad ottenere la fiducia di Trump, che durante la recente visita di Conte negli Stati Uniti ha riconosciuto la leadership  italiana nella stabilizzazione della Libia. A questo proposito, la Casa Bianca ha dato la propria benedizione all’organizzazione di una nuova conferenza internazionale sulla Libia da svolgersi a Roma questo autunno. Tale decisione è stata interpretata da Haftar come un pretesto per far slittare le elezioni ed interferire nelle vicende interne del Paese. Per queste ragioni il generale libico ha scatenato proteste non solo contro l’ambasciatore italiano, ma contro l’Italia in generale, con tanto di tricolore bruciato in piazza.

La Libia rimane dunque divisa sia al suo interno sia tra i Paesi che vi nutrono interessi specifici. L’Italia tenta di aggiudicarsi il dossier Libia anche grazie al supporto degli USA, ma al tempo stesso dialoga con Russia ed Egitto, vicini ad Haftar, per trovare una soluzione condivisa. L’auspicio è che Francia e Italia riescano a trovare un accordo per una strategia comune, che faciliti la stabilizzazione politica della Libia e la conseguente normalizzazione dei rapporti tra il Sud e il Nord del Mediterraneo, con benefici reciproci per gli attori coinvolti.

Davide Garavoglia

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