Conferenza di Palermo, come ne esce l’Italia?

Si è conclusa martedì la Conferenza di Palermo sulla Libia organizzata dall’Italia sotto l’egida delle Nazioni Unite, alla quale hanno partecipato rappresentanti di oltre 30 Paesi.

Si è dunque svolta regolarmente, nonostante le polemiche che avevano accompagnato le settimane precedenti all’incontro ed i tentativi di boicottarla provenienti da più parti. Pesano sicuramente le assenze di Macron, Merkel, Putin e Trump, che hanno mandato a Villa Igiea le loro seconde (alcuni terze) linee.

Non ci si aspettava di trovare una soluzione condivisa e definitiva alla crisi libica e di fatti così non è stato. Si è però aggiunto un ulteriore tassello a quel processo di stabilizzazione della Libia che era nell’interesse di tutti i partecipanti. La presenza di Khalifa Haftar, in forte dubbio fino all’ultimo, e la stretta di mano con il capo del governo di unità nazionale al Sarraj sono segnali incoraggianti della volontà di entrambi i leader  di guidare il Paese nordafricano fuori dal caos di questi anni. La conferma di questo atteggiamento sta nella frase emblematica rivolta ad al Sarraj dal suo rivale: “non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume”.

Economia, sicurezza e azione politica sono i tre pilastri sui quali si basa la roadmap  approvata dall’Onu e confermata a Palermo: sul fronte economico l’obiettivo è la fusione delle due banche centrali in un’unica istituzione valida per tutto il territorio, analogamente a quanto proposto per l’ente petrolifero Noc. Per quanto concerne la sicurezza, invece, l’auspicio dei Paesi partecipanti – espresso dal premier Conte – è la creazione di “meccanismi, basati su un nuovo dispiegamento dell’esercito regolare e delle forze di polizia, con l’obiettivo di sostituire le formazioni armate”.

Un’unificazione dell’esercito libico alla cui leadership  ambisce – ed è probabilmente il principale obiettivo della sua visita siciliana – il generale Haftar, sostenuto anche in questo dai vicini egiziani.

Il fulcro della conferenza è stato senza dubbio il meeting  informale della seconda giornata, condotto dal presidente del Consiglio Conte e dall’inviato speciale Onu Salamè, che ha coinvolto, oltre ai due leader  libici, il premier russo Medvedev, il presidente egiziano al Sisi, il ministro degli Esteri francese Le Drian ed i leader  dei Paesi confinanti Tunisia, Algeria, Niger e Ciad. Esclusa da questo mini-vertice (insieme al Qatar), la Turchia ha deciso di abbandonare Palermo in anticipo, criticando la comunità internazionale per non essere riuscita a creare unità e per essersi fatta condizionare eccessivamente da Haftar (pur senza nominarlo). Il generale libico aveva infatti vincolato la propria partecipazione all’assenza dei turchi, accusati di sostenere i Fratelli musulmani di Tripoli ed altri gruppi avversi al governo di Tobruk.

Delusa dall’esito dei negoziati di Palermo, nella serata di mercoledì la Settima Brigata di Tarhuna ha portato avanti, insieme ad altre milizie, una nuova offensiva nel sud di Tripoli contro la Forza centrale di sicurezza Abu Salim, conclusasi con il controllo dell’aeroporto internazionale (chiuso dal 2014, a differenza di quello di Mitiga, più centrale e tuttora controllato dalle milizie filo al Sarraj) fino all’accettazione del nuovo cessate il fuoco. La Abu Salim avrebbe poi richiesto un incontro a Tarhuna per rafforzare la tregua e ristabilire la normalità.

Proprio la sicurezza è il presupposto imprescindibile per l’organizzazione della Conferenza Nazionale della Libia di gennaio, primo step  lungo la strada che auspicabilmente porterà al voto entro la prossima primavera. Positivo l’inviato Onu Ghassan Salamè, che a Palermo ha constatato “il sostegno unanime nella comunità internazionale e il chiaro impegno da parte dei libici presenti, che hanno detto che contribuiranno alla conferenza ed al suo possibile successo”.

Nonostante non sia emerso, come per la conferenza di Parigi, un documento condiviso firmato dai partecipanti, l’Italia può senz’altro cogliere quest’occasione per rimarcare il suo ruolo primario nella promozione del dialogo tra le diverse fazioni, essenziale per giungere a quella stabilizzazione tanto invocata. Un altro segnale incoraggiante sono i ritrovati rapporti con i cugini francesi, che negli ultimi mesi avevano scricchiolato proprio per l’accesa competizione riguardante la leadership  dei negoziati libici.

Gli accordi di cooperazione recentemente siglati tra Eni e Total in Algeria e Libano hanno sicuramente favorito un clima di collaborazione, che ha portato la Francia a partecipare non solo alla fase realizzativa dell’incontro ma anche a quella preparatoria.

L’Italia esce dunque dal vertice di Palermo con qualche segnale positivo in più ma con ancora tanti punti interrogativi. Non bastano i messaggi di approvazione da parte degli Stati Uniti né i miglioramenti nei rapporti con Haftar per poter parlare di successo, ma in un’Europa che si è dimostrata ancora una volta distaccata e disinteressata (lo testimoniano le assenze illustri) l’intraprendenza italiana non può che essere apprezzata e incoraggiata.

Davide Garavoglia