Italia-Argentina, storia parallela di due nazioni sorelle

«L’Argentina è nata spagnola, ma cresciuta italiana» diceva Domenico Vecchioni, ex ambasciatore italiano a Buenos Aires. Analizzando le relazioni bilaterali tra Italia e Argentina è infatti inevitabile fare riferimento alla forte presenza italiana nel Paese del Cono Sud. Tra il 1886 e il 1975 posero radici nella terra dei gauchos  più di due milioni di nostri connazionali, dei quali circa 1.400.000 non ritornarono nel Belpaese, influenzando in maniera indelebile la stessa identità del popolo argentino.

Nonostante l’emigrazione rappresentasse per la penisola un fenomeno significativo, in un primo momento l’Italia postunitaria affrontò il tema con profondo imbarazzo, vedendo nelle masse in partenza una sconfessione di quel ruolo di grande potenza che le classi dirigenti liberali prefiguravano per il nostro Paese. Il legame con la madrepatria rimase così stretto che nel 1911, in occasione del 50esimo anniversario dell’Unità d’Italia, venne finanziata dalla comunità degli italiani d’Argentina la costruzione del Faro del Gianicolo, nel Rione Trastevere, a dimostrazione della vicinanza tra le due nazioni.

La vicinanza culturale con la penisola è rintracciabile anche nella storia del “Superclásico”, il sentitissimo derby  calcistico tra Boca Juniors e River Plate. Entrambe le squadre, infatti, possono vantare origini italiane: il Boca (che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi “Hijos de Italia”) venne fondato nel 1905 nell’omonimo quartiere di Buenos Aires, abitato da immigrati italiani, in particolar modo genovesi. Ancora oggi i suoi tifosi sono chiamati “Xeneizes”, trasposizione in castigliano di “genovesi”. Il River Plate, invece, anch’esso originario della Boca, ha in parte ascendenze italiane, essendo il risultato di una fusione del 1901 tra due squadre: “Juventud Boquense” e “Santa Rosa”, con quest’ultima che era stata fondata ancora una volta da genovesi.

Con la caduta dello Stato liberale, il fascismo tentò di utilizzare le comunità italiane all’estero in funzione amplificatrice degli ideali politici mussoliniani. Il rapporto tra Roma e Buenos Aires di quegli anni, tuttavia, non fu unidirezionale: uno dei leader  più importanti della storia argentina, Juan Domingo Peròn, poco prima della sua ascesa visitò il Belpaese, decidendo di adattare alcuni aspetti dell’esperienza fascista, in particolare del corporativismo, alla realtà argentina.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu proprio la celebre consorte di Peròn, Evita, a riaccendere nel 1947 il Faro degli Italiani d’Argentina. La regina dei “descamisados” visitò l’Italia durante un tour  europeo volto a perseguire l’obiettivo peronista di creare un terzo blocco che andasse oltre le logiche di Yalta, aggregando sotto la guida argentina e quella morale della Santa Sede la comunità delle nazioni cattoliche latine d’America e d’Europa. Roma in quel momento stava ricevendo molti aiuti per la ricostruzione dalla sorella latina ma la nostra classe dirigente si mostrò restia ad appoggiare il progetto di Peròn, che incontrava la contrarietà degli Stati Uniti.

A partire dagli anni Settanta qualcosa cambiò nell’impostazione italiana, principalmente per due ragioni. In primo luogo, nel 1975 Roma entrò a far parte del G6 (diventato G7 l’anno successivo, con l’ingresso del Canada), trasformandosi in quel periodo da Paese esportatore a recettore di migranti. In secondo luogo, l’internazionalizzazione dell’economia e dei processi politici impose all’Italia di estendere la propria proiezione globale, necessitando un’attenzione maggiore verso la “diaspora”. La comunità italiana in Argentina iniziò dunque ad essere vista come una preziosa risorsa per instaurare solidi rapporti con Buenos Aires e rafforzare le relazioni con gli Stati della regione, che acquistò un’importanza inedita nella politica estera italiana.

In effetti, nonostante accordi bilaterali fossero stati stretti sin dalla fine del secolo XIX, è a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 che si posero le basi per un rapporto bilaterale ancora più solido, con benefiche conseguenze che arrivano ai giorni nostri. In particolare, le relazioni tra i due Paesi cominciarono a prendere una rotta diversa anche grazie al ruolo di Bettino Craxi, prima in veste di segretario del PSI, poi come presidente del Consiglio dei Ministri, e di Raúl Alfonsín, leader della Unión Cívica Radical  e, dal 1983, presidente della Repubblica Argentina.

A riguardo non può non essere menzionato l’importante ruolo che Craxi ed i socialisti italiani giocarono durante la guerra anglo-argentina delle Malvinas nel 1982, che costituì l’ultimo afflato della giunta militare, alla guida del Paese latinoamericano dal 1976. Il leader socialista si oppose sin da subito alle sanzioni della CEE contro Buenos Aires, poiché sosteneva che tali misure non avrebbero colpito la dittatura ma solo la società civile, che all’epoca era costituita per un 52% da italiani di prima e seconda generazione.

La grande campagna di solidarietà (a cui si aggiunsero poi tutti i partiti italiani) e la forte pressione della comunità italiana di Buenos Aires, spinsero l’allora governo Spadolini a non rinnovare le sanzioni ed a porre le basi per le future relazioni con l’Argentina democratica. Nell’83 il nuovo governo Craxi e la presidenza Alfonsín intavolarono dei negoziati per avviare le prime attività di cooperazione. Nell’ottobre dell’anno successivo Alfonsín visitò l’Italia, ottenendo la concessione di un prestito per la costruzione della diga di Yacyretá, sul fiume Paraná. Pertanto, i primi programmi di cooperazione italiana in Argentina furono condotti nell’ambito della Commissione mista italo-argentina tra la fine del 1984 ed il 1985.

Il governo italiano confermò la nuova postura favorendo l’Argentina nel 1986 attraverso la concessione di una sovvenzione di 150 milioni di ECU (European Currency Unit, la moneta scritturale europea attiva dal ’78 fino all’introduzione dell’euro) e la firma del trattato di cooperazione tecnica il 30 settembre dello stesso anno. Con la crisi economica ed il fallimento del Plan Austral  promosso da Alfonsín, nel 1989 l’Argentina guidata da Carlos Menem puntò a privatizzare industrie nazionali su cui l’Italia poteva investire. Lo scoppio di Tangentopoli, tuttavia, archiviò questa possibilità.

Il rapporto bilaterale cominciò a procedere a rilento, con la chiusura di un numero esiguo di accordi. La visita di Romano Prodi nell’aprile 1998 rilanciò (apparentemente) le relazioni attraverso la firma del Trattato generale di amicizia e cooperazione privilegiata tra la Repubblica Argentina e la Repubblica Italiana. Tale trattato venne completato a marzo dell’anno successivo, durante la visita di Menem in Italia, con due protocolli addizionali attinenti alla sfera politica ed economica. Significativa fu la creazione di un “Forum consultivo di dialogo permanente” (primo caso per i Paesi contraenti di un forum con uno Stato esterno al proprio continente di appartenenza).

Tuttavia, eccetto due accordi bilaterali firmati tra il 2001 e il 2002, bisogna arrivare al 2016 per rivedere la firma di un accordo italo-argentino. Nel febbraio di quell’anno Matteo Renzi fu uno dei primi leader  europei a visitare Maurizio Macri, da poco insediato. Due mesi dopo, l’ottima relazione tra i due Paesi è stata confermata dalla “Missione Sistema”, che ha sancito la firma di quattro accordi. La missione è stata guidata dal sottosegretario allo Sviluppo Economico Ivan Scalfarotto, registrando la presenza di un alto numero di imprese, banche, istituti finanziari e università, a conferma di un grande interesse del mondo produttivo italiano verso l’Argentina.

Infine, nel maggio 2017 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha effettuato una visita ufficiale in Argentina, che è stata anche l’occasione per la realizzazione di un’importante missione imprenditoriale organizzata da Confindustria, MISE e MAECI. Nonostante un vuoto nel primo decennio del XXI secolo, i rapporti sono dunque rimasti saldi, grazie soprattutto ai vincoli culturali e di sangue che legano i due Paesi. Dal 2016 i governi hanno ricominciato a vivacizzare la relazione bilaterale, fatto che viene dimostrato anche dall’interscambio commerciale, in rialzo dal 2017: le esportazioni italiane verso l’Argentina infatti, sono state pari a 1.347,7 milioni di euro, contro i 1.155,7 milioni del 2016, mentre, per quanto riguarda le importazioni italiane, queste hanno raggiunto i 1.009 milioni, contro i 981 del 2016.

Simone Careddu

2 thoughts on “Italia-Argentina, storia parallela di due nazioni sorelle

  1. Sono contento di questi rapporti molto stretti tra queste due nazioni che giustamente vengono definite sorelle. Personalmente sono in contatto con molti argentini di origine italiana e non. Persone che conservano un legame molto forte con l’Italia. Mi auguro che i rapporti siano sempre saldi.

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