La grande assente. Perché l’Italia non può ritirarsi dal mondo

Sono passati pochi giorni dal voto del Parlamento di Ankara per inviare militari turchi in sostegno di Fayez al-Serraj e del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, messi a dura prova dai continui attacchi del nemico Haftar, sostenuto, tra gli altri, da Egitto e Russia. Una mossa, quella turca, che conferma come Erdogan sia l’unico vero attore di rilievo rimasto in difesa di Tripoli, con l’Italia impegnata in dichiarazioni di circostanza che ne minano la credibilità in uno degli ultimi teatri in cui Roma poteva mantenere un certo grado di influenza.

Imbevuta di un’ideologia post-storica e sprovvista di visioni di lungo respiro, la classe dirigente italiana sembra incapace di cogliere la portata epocale delle sfide che attanagliano il fu “Mare Nostrum”, fornendo risposte a-strategiche e residuali alle mosse degli altri Paesi. Persino gli eventi drammatici che si svolgono a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste non vedono Roma agire da protagonista.

Il vuoto che aleggia a Sud delle Alpi non tarderà a presentarci il conto anche in un altro quadrante del Medio Oriente, quello della Mezzaluna Fertile e del Golfo Persico. Stretta tra gli interessi economici che la legano all’Iran (coerenti con l’abortito accordo JCPOA) e l’appartenenza alla NATO, anche in quest’occasione Roma potrà fare ben poco per salvare il salvabile, rischiando di muoversi in ordine sparso.

Sia chiaro: una politica di “raccoglimento” (come si diceva negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento) può essere funzionale ad un Paese in crisi per curare le ferite e riformulare una strategia nazionale, calibrando gli obiettivi desiderati con le risorse a disposizione. La fase attuale, tuttavia, è molto diversa: l’Italia sembra infatti totalmente rassegnata alla propria ininfluenza globale, non osando neanche pensare che un tale vulnus possa essere sanato nel futuro, per quanto non immediato.

Se la politica mediterranea italiana lascia perplessi circa le reali capacità del nostro Paese di incidere sugli sviluppi regionali, l’altra direttiva tradizionale della nostra politica estera, quella euro-atlantica, non si presenta molto più favorevole. L’uscita di Londra dall’UE avrebbe potuto rappresentare un’occasione per riequilibrare il nostro peso all’interno dell’Unione, al fine di costringere Berlino e Parigi ad un approccio più lungimirante verso gli altri partner europei. Il trattato di Aquisgrana ed il rifiuto di una maggiore flessibilità in tema di bilanci degli Stati evidenziano invece come i margini di manovra italiani siano ridottissimi.

La grande possibilità per il nostro Paese in questo frangente storico sarebbe stata quella di approfittare della volontà americana di impedire la sinergia tra l’Europa a guida tedesca, la Russia e la Cina. Roma non è stata tuttavia in grado di sfruttare questo scenario, a causa soprattutto di due difetti strutturali che caratterizzano la nostra attuale classe dirigente, a prescindere dal colore politico di appartenenza: la tendenza a valutare i rapporti di forza globali quasi solo in termini economicistici e la convinzione di poter risultare amici di tutti gli attori in campo.

Emblematico il caso cinese, con la firma nel marzo scorso del Memorandum of Understanding tra Italia e RPC, mossa interpretata da Roma solo in ottica economica, non comprendendo come tale iniziativa andasse a toccare nervi scoperti in campo transatlantico, costringendo l’Italia a limitare il significato della propria adesione.

La crisi cronica che affligge il Vecchio Continente, l’aggravarsi delle frizioni mediorientali e la delicata partita tra Stati Uniti e Cina richiedono dunque una nuova riflessione sul ruolo italiano nel mondo, al fine di riformulare una strategia nazionale che indichi e persegua con chiarezza gli interessi fondamentali del Paese, pena la nostra scomparsa come nazione.

Marco Valerio Solia

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