Conflitto israelo-palestinese, il “Piano del Secolo” di Trump non decolla

Nell’ambito del conflitto israelo-palestinese, Donald Trump è intervenuto riproponendo una sua versione della formula “due popoli in due Stati”, da decenni sostenuta dalla maggioranza della comunità internazionale, seppur con presupposti molto diversi da quelli enunciati dal tycoon americano. A differenza della posizione delle Nazioni Unite, infatti, il presidente degli USA ha affermato nelle scorse settimane la volontà di voler riconoscere la sovranità di Israele sulla Valle del Giordano e su Gerusalemme, compresa la zona del Muro del Pianto e della Spianata delle Moschee.

Risulta evidente come il cosiddetto “Piano del Secolo” elaborato da Trump restringa pesantemente gli spazi di manovra dei palestinesi, ai quali sarebbero riservati soltanto pochi quartieri della zona Est di Gerusalemme. Qui dovrebbero insediare la loro capitale, con molte aree a maggioranza araba che rimarrebbero invece sotto il controllo di Israele. Il piano americano non si limita alla pur cruciale questione della Città Santa: Washington supporta l’annessione da parte di Tel Aviv di 15 insediamenti israeliani nella Cisgiordania palestinese, che saranno, a loro volta, collegati con la Striscia di Gaza.

A riguardo, il presidente dello Stato ebraico aveva già convocato un Consiglio dei Ministri per annettere il 30% della Cisgiordania. L’ideatore del piano, il consigliere-cognato di Trump, Jared Kushner, si era anch’egli fatto promotore di uno Stato palestinese diverso (e ridotto), sia territorialmente che politicamente: la mappa presentata su Twitter da Trump mette in sordina quella pre-1967 su cui si basava la discussione israelo-palestinese, tradizionale riferimento dell’ONU. Sull’annessione di quasi un terzo della Cisgiordania si è poi fatto un passo indietro, con Jared Kushner che ha corretto il tiro, posticipando una tale ipotesi all’insediamento in Israele di un nuovo governo.

Quella immaginata da Washington sarebbe una Palestina “smilitarizzata”. Un non-Stato, se si prende in considerazione la concezione weberiana del termine: da quanto emerge dal piano, infatti, la Palestina non avrebbe la possibilità di costituire un proprio esercito e di controllare i confini e lo spazio aereo. Essa non disporrebbe dunque del monopolio e del legittimo controllo della violenza all’interno dei propri confini.

Per convincere i vertici palestinesi, il progetto prevede un’iniezione di 50 miliardi di dollari in favore dell’economia locale. Secondo quanto annunciato dalla Casa Bianca, tale immissione di liquidità sosterrebbe la realizzazione di infrastrutture e creerebbe un milione di posti di lavoro lungo l’area meridionale di Gaza, la più povera del Paese. I primi ad opporsi alle proposte americane sono stati Abu Mazen (che minaccia l’abbandono degli accordi di Oslo), Hamas e la Jihad islamica. Anche la Giordania, storica alleata degli USA nella regione, si è opposta al piano. In particolare ad Amman preoccupa la questione dei rifugiati palestinesi presenti entro i propri confini, ai quali non è garantito il ritorno in patria, elemento che rappresenta una cronica fonte d’instabilità per lo Stato arabo.

Merita di essere sottolineato come durante l’annuncio del piano Trump alla Casa Bianca fossero presenti gli ambasciatori di Oman, Bahrein ed EAU, a riprova delle divergenze tra i diversi governi arabi, ma anche della riconfigurazione geopolitica che sta attraversando il Medio Oriente. Se la causa palestinese ha rappresentato sin dal 1948 l’elemento coagulante del mondo arabo, negli ultimi anni la situazione è radicalmente mutata: alcuni Stati stanno normalizzando i propri rapporti con Israele. Le nazioni del Golfo Persico ostili all’Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa, vedono infatti in Israele un utile alleato contro Teheran.

Di converso, proprio il Paese sciita potrebbe approfittarne per riempire il vuoto lasciato dall’Egitto e dalla monarchia saudita nella difesa della causa palestinese e, allo stesso tempo, rafforzare la sua retorica contro Israele e Stati Uniti. Risulta dunque evidente come il piano proposto da Trump non preluda ad alcuna ripresa dei negoziati tra le parti, rappresentando un’imposizione unilaterale inaccettabile per i palestinesi, foriera di nuove tensioni nella regione.

Il piano di Trump ha incontrato anche l’opposizione dell’alto rappresentante UE per la politica estera Joseph Borell, il quale ha denunciato il sostegno di Washington all’annessione israeliana delle Alture del Golan e della Cisgiordania. Gli sviluppi successivi diranno quanto delle posizioni trumpiane riuscirà effettivamente a concretizzarsi nell’agone mediorientale. L’unica certezza, al momento, è che una pace equa in Terra Santa appare sempre più lontana.

Simone Careddu

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