Covid-19, le guerre non temono il virus

È stato spesso usato il termine “guerra”, non di rado a sproposito, per descrivere gli effetti dell’emergenza Covid-19. Quella in atto è sicuramente una lotta, che impatterà sulle nostre vite per molto altro tempo. Purtroppo. Ma quali scenari si stanno concretizzando in quelle zone dove le guerre si combattono veramente? Sui giornali e nel dibattito pubblico il tema dei conflitti è pressoché sparito. Sembra quasi che il Covid-19 abbia di fatto interrotto tutte le operazioni militari.

La realtà è ben diversa, nonostante gli appelli per un “cessate il fuoco” globale, lanciati ripetutamente da parte del Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Anche perché i luoghi, già teatri di guerra, sono ovviamente quelli in cui le pessime condizioni igienico-sanitarie e la non curanza di regole e misure preventive fungerebbero da acceleratori della diffusione. In Siria, entrata nel decimo anno di guerra, si cominciano tristemente a contare i primi morti ufficiali di Covid-19 ma non si dispone dei dati reali ed è verosimile che il virus si sia già diffuso. Si continua a combattere, specialmente nel Nord del Paese, tra esercito governativo, ribelli filo-turchi e guerriglieri curdi. La tregua arrivata a seguito dell’incontro tra Erdogan e Putin non sta infatti sortendo l’effetto sperato.

In Afghanistan, dopo l’accordo d’inizio anno tra Stati Uniti e talebani, la situazione è in una fase di stallo. Il parziale ritiro dei soldati americani dovrebbe procedere, nonostante ci siano state delle frenate a causa di uno scambio di prigionieri e per alcuni razzi lanciati contro le basi USA. Si sono poi registrati i primi casi di contagio tra i soldati, anche italiani, della missione NATO Resolute Support.

In Iraq la contesa è principalmente tra il vicino Iran e gli USA. Gli sporadici attacchi con razzi e missili condotti dagli sciiti contro le basi statunitensi presenti sul territorio continuano, soprattutto dopo l’uccisione del comandante dei Pasdaran Soleimani.

In Libia la situazione evolve quotidianamente. Di certo la pandemia non ha fermato le operazioni militari, anzi. Le forze del Gna di Al Serraj hanno sferrato un potente contrattacco negli ultimi giorni, dopo mesi di sostanziale difesa, riuscendo a conquistare alcune città come Sorman e Sabratha, grazie anche agli aiuti turchi. L’Esercito nazionale libico (Lna) di Haftar ha perso quindi una delle sue roccaforti sulla costa occidentale della Libia e sembra aver accusato il colpo. Sono previsti infatti ulteriori offensive da parte del Gna per cercare di sfruttare il momento positivo. Tutto ciò senza minimamente pensare a misure contenitive per il virus.

Un caso in controtendenza, anche se solo parzialmente, è quello dello Yemen, dove la guerra dura da circa 5 anni, avendo provocato una delle più grandi crisi umanitarie mondiali (le vittime accertate fino ad adesso sono più di 90 mila). Le forze saudite hanno annunciato un cessate il fuoco il 9 aprile, per far fronte all’emergenza sanitaria imminente. I ribelli Houthi lo hanno però già violato in diversi modi, con il lancio di missili balistici e l’uso di armi leggere.

In tutto il mondo, dunque, le diverse fazioni, coinvolte in contese o conflitti, cercano di sfruttare staticità o eventuali passi falsi degli avversari per ottenere vantaggi. È il caso del controllo dei mari, in particolar modo nel Sud-est del Pacifico. La flotta USA, egemone delle acque, è stata al centro di un episodio eclatante: la portaerei Roosevelt è bloccata con l’equipaggio in quarantena. La seconda portaerei presente nel Pacifico è in manutenzione da gennaio, e quindi gli Stati Uniti dovranno mandarne un’altra, la Uss Nimitz. La Cina sta cercando cautamente di approfittare della difficoltà degli avversari e ha messo in mare la portaerei Liaoning, indirizzandola nel Pacifico Occidentale per svolgere delle “esercitazioni”. Quelle acque hanno un valore strategico fondamentale e probabilmente nel prossimo futuro riserveranno colpi di scena.

Altra “guerra”, questa volta su tutt’altro terreno, è stata quella del petrolio, principalmente tra Russia e Arabia Saudita, dovuta al brusco calo del prezzo del greggio. Entrambi i Paesi in questione hanno sofferto per il calo della domanda e hanno cercato di accordarsi per una diminuzione della produzione dei barili, al fine di far risalire un minimo il prezzo. È diventato un vero e proprio braccio di ferro che, in teoria, con l’inserimento degli USA, si è concluso con un accordo di massima volto alla riduzione dell’output del 20%. Si teme però che non basterà per ristabilire l’equilibrio.

Il virus ci ha costretti ad una sorta di immobilismo quotidiano dentro le nostre abitazioni e nelle nostre vite ma non frena i conflitti in atto nelle zone più calde. Non congela neanche le contese strategiche ed economiche tra le grandi potenze mondiali, le quali, invece, continuano a svilupparsi e ad evolversi costantemente.

Luca Sebastiani

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