La liberazione di Silvia Romano e la politica italiana sui riscatti

Sicuramente una delle notizie più liete di questo 2020. La liberazione di Silvia Romano, dopo oltre 17 mesi di prigionia, ha riportato entusiasmo in una delle fasi più difficili che l’Italia abbia mai affrontato. La vicenda della cooperante milanese, impegnata in Kenya con la Onlus “Africa Milele” fino al 20 novembre 2018 (data del suo rapimento), aveva unito gli italiani in un sentimento misto di angoscia ad attesa, come accade ogni qualvolta un connazionale viene sequestrato.

I dettagli della liberazione, così come quelli della gestione delle diverse fasi che ad essa hanno portato, non sono stati ancora comunicati, ma uno dei pochi aspetti noti è quello relativo alla cooperazione tra i servizi segreti italiani e quelli turchi, keniani e somali. Lo sforzo congiunto, insieme all’incessante lavoro di humint, hanno consentito di ripercorrere le tappe del rapimento fino ad identificare il gruppo che la deteneva (i terroristi somali di Al Shabaab) e la zona in cui era tenuta in prigionia.

L’invio di un video da parte dei sequestratori, che mostrava la Romano viva e in buona salute, ha accelerato la trattativa portando finalmente all’epilogo di questa vicenda, con la liberazione della ragazza a 30 chilometri da Mogadiscio. Al suo ritorno in Italia, la giovane cooperante ha rivelato i dettagli della sua prigionia e la decisione presa spontaneamente durante quei mesi di convertirsi all’Islam. Secondo alcune fonti non ufficiali il riscatto pagato sarebbe quantificabile tra i 2 e i 4 milioni di euro, e questo riapre una questione ampiamente dibattuta in seno alla comunità internazionale.

Con la risoluzione 2133 delle Nazioni Unite viene condannato e osteggiato il pagamento tramite somme di denaro o concessioni politiche nei confronti di gruppi terroristici a fronte del rilascio di ostaggi. Nonostante ciò, gli Stati hanno assunto approcci differenti a questo genere di situazioni: se da un lato paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna si sono sempre rifiutati di pagare, diversi Paesi europei (Francia in testa) sono disponibili a corrispondere ingenti somme pur di farsi riconsegnare i propri connazionali.

L’Italia ha sempre negato ufficialmente di aver pagato i sequestratori, anche se spesso sono stati sollevati dubbi in merito, talvolta supportati da prove piuttosto evidenti o dichiarazioni di esponenti dei Paesi o dei gruppi coinvolti nelle negoziazioni. Limitandosi allo scenario medio-orientale, ricordiamo i casi di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, ma anche quelli dei giornalisti Domenico Quirico e Giuliana Sgrena, o dei tecnici Gianluca Salviato e Marco Vallisa. Per questi sequestri, come per altri che per brevità non riportiamo, la linea seguita dal governo e dall’intelligence italiana sembrerebbe essere andata nella direzione opposta rispetto alla versione ufficiale.

Le polemiche legate al pagamento dei riscatti sono di varia natura. In primo luogo, il finanziamento diretto ad un gruppo terroristico lo mette nelle condizioni di rafforzarsi e poter dunque continuare a svolgere le proprie attività criminose: è stato stimato che per alcuni gruppi le somme ottenute dai sequestri costituiscono oltre il 50% delle entrate. Inoltre, il successo di queste operazioni ne incentiva la ripetizione, esponendo i cittadini dei Paesi “che pagano” (ma anche degli altri) al rischio maggiore di essere rapiti.

Il discorso non riguarda evidentemente la spesa a carico dello Stato per il singolo riscatto (nonostante questa polemica sia emersa) ma il meccanismo che questa condotta innesca.

Dall’altro lato, considerato anche l’impatto che sull’opinione pubblica può suscitare un evento drammatico come un rapimento, appare estremamente complicato far conciliare il “non trattare con i terroristi” con il “non lasciare indietro nessuno”, frase utilizzata anche dal presidente del Consiglio Conte in quest’ultima circostanza. I blitz non possono rappresentare la soluzione, in quanto ritenuti un’extrema ratio, che oltretutto spesso ha portato a risultati infausti.

Anche l’aspetto etico risulta controverso: è più giusto salvare una vita senza preoccuparsi delle conseguenze o rischiare di lasciare qualcuno indietro pur di indebolire un business che ci mette sempre più in pericolo? L’Italia sembra più propensa per la prima opzione, una strategia di medio-lungo periodo suggerirebbe la seconda. Ma è impossibile non chiedersi quanti degli ostaggi rilasciati (con Silvia Romano sono quattro solo negli ultimi 13 mesi) avrebbero fatto ritorno a casa se ci si fosse comportati diversamente.

Nel frattempo, però, festeggiamo questa bellissima notizia.

Davide Garavoglia

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