Libia, gli attori internazionali ribaltano le sorti della guerra. E l’Italia?

Nelle ultime settimane i rapporti di forza che regolavano la crisi libica sono drasticamente mutati. La controffensiva lanciata dalle forze di al-Sarraj (GNA) continua a strappare territori e città alle milizie del generale Haftar.

È ormai noto come il sostegno determinante sia arrivato dalla Turchia: in particolar modo l’entrata in campo dei droni turchi sta ribaltando le sorti del conflitto, con attacchi mirati ed azioni di supporto alle milizie terrestri. Haftar, “l’uomo forte” della Cirenaica, è stato preso alla sprovvista da un mutamento così improvviso, e con lui anche gli attori internazionali che lo supportano (Egitto, Emirati Arabi, Russia su tutti).

Negli ultimi giorni il generale ha annunciato un ripiegamento di alcuni chilometri dal fronte di Tripoli, così da permettere liberamente gli spostamenti per la fine del Ramadan. O almeno questa è la versione fornita dai suoi comandanti. La verità è che le forze di Haftar (LNA), bersagliate dai droni, sono state costrette ad indietreggiare.

La settimana scorsa l’esercito del Governo di Accordo Nazionale è riuscito a prendere il controllo della base aerea di Al-Watiya, punto strategico della Libia occidentale, riuscendo successivamente ad isolare un vasto territorio nel Nord-ovest (Zintan) ancora in mano al LNA di Haftar. È verosimile prevedere che sarà proprio quello il prossimo obiettivo.

Gli scenari sono in completa evoluzione: proprio nelle ultime ore sono trapelate notizie di un possibile arrivo di 6 aerei da guerra di fabbricazione russa, messi a disposizione di Haftar, il quale è pronto a scatenare la «più grande campagna aerea della storia libica». Pur non essendo possibile fare molte previsioni visti i continui stravolgimenti, va comunque sottolineato come al-Sarraj stia di fatto riconquistando interamente la Tripolitania.

La Libia è sempre più in balia delle potenze esterne, una “proxy war” apparentemente senza fine. Dalle più recenti indiscrezioni, oltre ai supporter storici, risulterebbe che ad aiutare Haftar vi sia anche l’Iran. Il tutto mentre entrambe le parti impiegano miliziani provenienti dalla Siria, cosa che rende il caos libico una sorta di piccola guerra civile siriana.

Ogni attore esterno dispone ovviamente di interessi da tutelare. Solo per citarne alcuni: gli Emirati hanno il controllo di diversi porti della Cirenaica, funzionali ai rapporti con la Cina. L’Egitto intende preservare le importazioni energetiche a basso costo ed il probabile ruolo da protagonista nella ricostruzione del Paese. Senza contare gli interessi energetici egiziani opposti a quelli di Ankara.

Gli accordi Tra Turchia e Tripoli hanno al contrario definito nuovi confini marittimi e zone economiche esclusive, anche se non riconosciute dagli altri Paesi coinvolti (tra cui l’Italia); ciò permette ad Ankara di frapporsi al progetto EastMed, che contrastato dalla Turchia potrebbe essere presto archiviato. Erdogan vuole inoltre estendere l’influenza turca in tutta l’area MENA, assecondando la cosiddetta politica neo-ottomana del Paese. La vicina Algeria, nonostante alcune voci circolate negli ultimi giorni circa un suo possibile coinvolgimento al fianco del GNA e di Ankara, continua a dichiarare la neutralità.

La NATO si è interessata fattivamente solo di recente, dopo un periodo di sostanziale silenzio, complici anche le divergenze tra i Paesi membri. Il ruolo crescente della Russia, che ha spedito il gruppo Wagner in Libia e che sostiene militarmente Haftar, ha fatto però allertare l’Alleanza Atlantica, la quale molto probabilmente proverà in futuro ad aumentare il proprio peso nel conflitto.

Ma l’Italia in tutto questo che ruolo gioca? Al momento si può dire praticamente nullo. Nonostante i diversi interessi italiani in Libia (energia, migrazioni, sicurezza) e dopo un’iniziale sostegno al governo tripolino, Roma è stata sostituita dalla Turchia, capace di fornire aiuti concreti sul campo, quale principale alleato di al-Serraj.

La missione navale internazionale IRINI, di cui l’Italia è promotrice e protagonista, ha di fatto ostacolato lo stesso GNA. L’embargo navale ha evitato i rifornimenti di armi e mezzi alle forze di al-Sarraj ma non a quelle di Haftar, che continuano a riceverli via terra. L’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa Vincenzo Camporini in un’intervista a “Il Riformista” ha sottolineato questo aspetto, accusando il governo italiano di aver abbandonato di fatto il dossier libico. Non è da escludere che la sostanziale equidistanza di Roma possa in futuro riservarci dei benefici. Attualmente però si rischia di condannare il nostro Paese all’irrilevanza nella riscrittura degli equilibri mediterranei.

L’unica certezza è che gli esiti del conflitto saranno decisi lontano dalla Libia. Appare probabile una (ri)divisione del Paese in zone d’influenza, con la Tripolitania da una parte, la Cirenaica dall’altra e l’incognita dei territori del Fezzan, importanti soprattutto per i giacimenti d’idrocarburi. Il Nord Africa che verrà vedrà Roma quale spettatrice.

Luca Sebastiani

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