Egitto, Sudan, Etiopia: la crisi del Nilo infiamma l’Africa

Mentre il mondo cerca di capire quali e quanto pesanti saranno le ripercussioni economiche del Covid-19, intere aree del globo sono impegnate in non meno esiziali battaglie, misurandosi con la precarietà ancestrale dell’equilibrio tra esseri umani e risorse. Un caso emblematico è quello dello scontro tra Egitto, Sudan ed Etiopia per il controllo delle acque del Nilo, primaria fonte di vita (e d’energia) per una regione che vedrà nei prossimi decenni una crescita demografica esponenziale, foriera di tensioni della massima portata.

Pomo della discordia la costruzione, annunciata nel 2011 ed in corso di realizzazione, della GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam), diga finalizzata a sfruttare le acque del Nilo Azzurro (uno dei due principali affluenti del Nilo, insieme al Nilo Bianco), al fine di produrre energia elettrica. L’opera, i cui lavori sono stati affidati all’italiana Salini Impregilo, permetterà ad Addis Abeba di disporre della più grande centrale idroelettrica di tutto il continente africano.

L’iniziativa etiope ha suscitato sin dagli albori le preoccupazioni di Egitto e Sudan, Paesi che da quelle acque derivano la propria sopravvivenza idrica ed agricola. Inevitabile dunque che il dossier diventasse prioritario per i governi regionali. Da rilevare inoltre come Il Cairo, Khartoum e la stessa Addis Abeba dispongano di un dicastero appositamente dedicato alle risorse idriche ed all’irrigazione.

A luglio la tensione potrebbe toccare il picco massimo: è infatti a partire dal prossimo mese che inizierà il riempimento della diga (il cui completamento è previsto per il 2022), operazione che le autorità etiopi intendono completare nel giro di 4 anni. Proprio la durata del riempimento è la ragione principale della contesa: Egitto e Sudan affermano che per evitare danni esiziali esso necessiterebbe di circa 11-12 anni, mentre l’Etiopia non è disposta ad una proroga così significativa. Non è un caso che in più occasioni le parti abbiano minacciato nientemeno che l’utilizzo delle armi, rischiando di gettare nel caos il continente.

Già nel gennaio di quest’anno, nell’ennesimo estenuante round negoziale, le trattative non avevano conseguito risultati decisivi, nonostante l’intermediazione della Banca Mondiale e degli Stati Uniti (in prima linea nel favorire il dialogo tra le parti viste le ripercussioni gravissime qualora gli attori coinvolti non riuscissero a raggiungere un accordo). In quell’occasione i partecipanti erano quantomeno riusciti a convergere circa la necessità di un riempimento graduale, da realizzarsi durante la stagione delle piogge. Mancavano però indicazioni più dettagliate, da definirsi nel corso di un summit successivo. A febbraio si sarebbe dovuto appunto svolgere l’incontro per sottoscrivere un accordo definitivo ma la contrarietà dell’Etiopia non ha permesso di raggiungere tale risultato. Alla base della decisione di Addis Abeba la convinzione che le trattative stessero virando contro i suoi interessi strategici, con gli Stati Uniti considerati troppo vicini alle posizioni egiziane. In occasione del vertice di febbraio, Il Cairo ha del resto sottoscritto l’accordo proposto da Donald Trump, che non ha però incontrato l’approvazione di Sudan ed Etiopia.

Al momento non sembra aver avuto successo neanche il tentativo etiope di ottenere un accordo separato con il Sudan (che presenta una posizione meno rigida rispetto a quella assunta da Il Cairo), il cui primo ministro Abdalla Hamdok si è rifiutato lo scorso maggio di sottoscrivere un’intesa. A motivare il diniego sudanese, oltre ad alcuni aspetti tecnici, l’assenza di un coordinamento tripartito, la volontà di includere l’Egitto e, non da ultimo, la richiesta che la sottoscrizione di un accordo precedesse l’inizio del riempimento della diga.

Ad ogni modo non mancano segnali di distensione. Sempre a maggio, infatti, il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed ha annunciato la prossima ripresa dei colloqui tra i ministri delle risorse idriche dei tre Stati. Nel frattempo, proprio in queste ore, si stanno svolgendo colloqui bilaterali (in videoconferenza) dei ministri delle risorse idriche di Sudan ed Etiopia, propedeutici ad una riproposizione di colloqui a tre, includenti dunque anche l’Egitto.

Affinché da fonte di vita l’acqua non diventi pretesto di morte, la comunità internazionale deve monitorare costantemente gli sviluppi della crisi e sostenere tutti gli sforzi finalizzati a raggiungere un accordo soddisfacente per tutti.

Marco Valerio Solia

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