Tripoli – Il Cairo ai ferri corti. L’Italia ci riprova

Che gli equilibri in Libia si siano ribaltati negli ultimi mesi è cosa nota. La potenza di fuoco di Khalifa Haftar si è attenuata notevolmente e l’intervento turco è stato decisivo per fermare l’offensiva su Tripoli e passare al contrattacco. Dopo aver riconquistato i territori persi lo scorso anno, le truppe fedeli al Governo di Accordo Nazionale sono giunte alle porte di Sirte, città simbolo della lotta allo Stato Islamico e accesso occidentale alla cosiddetta “Mezzaluna del petrolio” (dove si produce il 70-80% del greggio nazionale).

Non stupisce dunque che di fronte ad una minaccia così concreta nei confronti dei propri interessi (soprattutto energetici), il presidente egiziano al-Sisi abbia chiarito ad al-Sarraj di essere pronto ad intervenire militarmente in Libia in caso di ulteriore avanzata verso Est. Durante una visita alla base aerea di Sidi el-Barrani (al confine con la Libia), al-Sisi ha dichiarato che «Sirte e Jufra sono linee rosse da non oltrepassare», esortando i militari a prepararsi «a qualsiasi missione, all’interno dei confini o – se necessario – al di fuori».

L’intervento, secondo gli egiziani, sarebbe legittimo in quanto richiesto dall’unica autorità da loro riconosciuta, ossia il Parlamento di Tobruk. In una prima fase, quando i combattenti di Haftar iniziavano a cadere, il leader egiziano aveva invitato (senza successo) le parti ad un cessate il fuoco, continuando in seguito ad invocare una soluzione diplomatica e nuovi negoziati. Forte dell’appoggio turco, Tripoli sembra però poco intenzionata a fermarsi, vista la posizione di superiorità e la concreta possibilità di espandere il proprio controllo sulla Cirenaica.

La conquista di Sirte e Jufra da parte dei turco-tripolini ristabilirebbe la situazione pre-campagna di Haftar, condizione ideale per affrontare nuovi negoziati. Ma a Jufra la Russia ha il suo pied-à-terre in Cirenaica e difficilmente sarà disposta a rinunciarvi. Avanzare eccessivamente, inoltre, potrebbe mettere al-Sarraj nella stessa posizione in cui si è trovato il suo avversario solo pochi mesi fa: esposto ad imboscate, in un territorio ostile e con il rischio concreto di trovarsi di fronte nuovi schieramenti e non riuscire a portare a termine l’operazione.

Nel panorama internazionale questa proxy war continua a dividere: Francia e Turchia si accusano reciprocamente di “fare un gioco pericoloso”, alimentando i due schieramenti.

Allo stesso modo la Russia è presente in Libia con i contractors del Gruppo Wagner, già utilizzati da Putin in diversi teatri operativi. L’embargo sulle armi, insomma, non ha mai realmente funzionato. L’Egitto, nel frattempo, sta cercando di migliorare i propri armamenti e, dopo aver comprato dall’Italia due fregate FREMM, sembrerebbe intenzionato a dotarsi di nuovi caccia Typhoon ed elicotteri AW-149 (sempre italiani). Il tutto con il sostegno continuo dei Paesi del Golfo.

Sul fronte dei “non-interventisti” va registrato il recente ritorno degli Stati Uniti: dopo aver delegato negli ultimi anni il dossier libico agli alleati europei, Washington ha probabilmente realizzato i rischi di una ripartizione turco-russa del Mediterraneo orientale. Nel tentativo di promuovere una pausa strategica nelle operazioni militari di tutte le parti in conflitto, l’ambasciatore USA in Libia Richard Norland e il comandante generale di Africom Stephen Townsend hanno incontrato a Zuwara i vertici di Tripoli. Non è chiaro se a questo incontro sia seguita anche una visita a Khalifa Haftar nel suo quartier generale di Rajma.

L’Italia, dal canto suo, sta cercando in tutti i modi di non essere tagliata fuori. Conscia della necessità di interloquire anche con la Turchia, il Ministro degli Esteri Di Maio si è recato prima ad Ankara (la scorsa settimana) per discutere di Libia e migranti e poi a Tripoli per incontrare al-Sarraj ed altri ministri del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Di Maio ha ribadito la necessità di riprendere il dialogo politico e ha offerto l’aiuto dell’Italia per sminare i quartieri Sud della capitale – incluso l’aeroporto, la cui ricostruzione potrebbe avvenire ad opera di un consorzio italiano. Nell’incontro si è anche discusso di una modifica al Memorandum of Understanding in materia migratoria, i cui negoziati dovrebbero iniziare il 2 luglio.

Con il definitivo fallimento del colpo di stato di Haftar (e dei negoziati tentati finora), si apre in Libia un nuovo capitolo. Per ora la soluzione militare sembra aver avuto la meglio, ma il rischio di escalation è più che mai reale: un effettivo coinvolgimento dell’Egitto (e dunque di Arabia Saudita ed Emirati), un impegno diretto da parte della Russia (come in Siria) e l’ulteriore rafforzamento della presenza turca al fianco di Tripoli potrebbero sfociare in un conflitto di larga scala tra NATO (Francia esclusa?) e Russia.

L’Italia (in rappresentanza dell’Europa) e gli Stati Uniti tentano di riportare tutti al tavolo della diplomazia. Visti gli interessi che muovono gli attori principali, ci riusciranno?

Davide Garavoglia

2 thoughts on “Tripoli – Il Cairo ai ferri corti. L’Italia ci riprova

  1. L’operazione IRINI è una mega e solo costosa presa per i fondelli, se non si fa sul serio nel fare rispettare l’embargo delle armi da parte di tutti gli attori coinvolti. L’ingaggio deve prevedere l’uso della forza in caso di rifiuto dei controlli: al primo rifiuto si risponde con un colpo di avvertimento navale, poi si farà intervenire imbarcazioni veloci e elicotteri con squadre d’assalto per l’abbordaggio, se s’incontra ancora resistenza si può rispondere col fuoco per fermare il cargo o chi lo scorta. Con un ingaggio simile credo sia difficile credere che chiunque si rifiuti di farsi controllare. Altrimenti ci prendiamo in giro da soli se, come nel caso del mercantile turco carico di armi scortato da due navi militari turche, lasciamo che si prendano beffe della missione “IRINI” che più che il nome della dea della Pace si deve chiamare, scusate il termine terra terra, “SENZA PALLE”.

  2. “Timeo (Danaos) Turcae et dona ferentes” I libici ci stanno cascando perché il destino (il Fato) ha già segnato l’estrema ora della Libia cioè il passaggio sotto il giogo turco “Sic et simpliciter”. L’ITALIA, però, non può rimanere fuori dai giochi in Libia lasciando ad altri il titolo di dettare le mosse e di accaparrarsi le sue risorse. In Libia ci sono 130 tribù che agiscono tra loro con alleanze per interessi comuni, e spesso queste alleanze sono molto labili e mutevoli, come è costume nel mondo arabo dove se non c’è una autorità forte che le tenga sottomesse entrano subito in conflitto tra loro. Ora la Libia, dopo Gheddafi, è la prova che senza una guida forte non ha una identità unitaria e ogni tribù, senza più vincoli, si vende a chi gli prospetta vantaggi di ogni genere. l’ITALIA quindi deve cambiare rotta, da attendista e neutrale tra le parti in causa, per diventare la protagonista principale per la rinascita della Libia. Non lo deve fare con la forza e le armi ma deve costruire un modello di sviluppo della Libia attraverso una road map di rilancio con progetti mirati che possono dare risposte concrete di benessere alle genti libiche. Ci vuole un Laurence D’Arabia che sappia parlare alle tribù facendo capire che la loro bellicosità e faziosità per una parte o per l’altra, oltre produrre morte, sofferenze e distruzione tra le proprie genti, permette agli interessi stranieri di inserirsi per rapina delle loro risorse e fare affari con la vendita di armi a entrambe le parti, che drenano i loro proventi del petrolio svenduto, e fini strategici col mettere i loro stivali sul suolo libico legandoli alla dipendenza straniera. La Libia deve risorgere perché ha grandi potenzialità per risorse petrolifere e gas, il turismo tutto da scoprire lungo tutto il tratto costiero lungo 1700 km e la sua storia più che millenaria da Cartagine in poi, più le sue bellezze naturali interne con il fascino delle oasi e del deserto, L’ITALIA può e deve diventare il partner di riferimento ufficiale per la Libia per ragioni storiche e geografiche di vicinanza. Deve creare un piano di sviluppo della Libia di reciproco vantaggio senza creare subordinazione politica e militare come vorrebbero fare le altre potenze interessate. Non vedo come Laurence d’Arabia il nostro ministro degli esteri, che forse ha bisogno di un disegnino per capire dov’è la Libia, e manca di esperienza di lungo corso e studi di dossier approfonditi. Abbiamo però tanti funzionari preparati agli esteri e managers che già lavorano o lavoravano con l’interscambio con la Libia che possono diventare la nostra task force di tanti Laurence D’Arabia. Poi se interessa io ho già una “ROAD MAP” pianificata e strutturata in tutti i suoi passaggi per fare della Libia una terra pacificata e prosperosa che può diventare una grande risorsa per se e per tutte le genti che si affacciano sul Mediterraneo.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *