Tutti contro Trump. La strada in salita per la rielezione

Donald Trump? In combutta con Xi Jinping per garantirsi la rielezione. Questa una delle accuse più appariscenti mosse dall’ex consigliere alla sicurezza nazionale, John Bolton, nel libro “The Room Where It Happened”, di imminente pubblicazione.  Il testo ha ovviamente suscitato le reazioni della Casa Bianca e degli uomini più vicini al presidente. Il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha definito Bolton un «traditore», mentre lo stesso Trump lo ha bollato come «pazzo». Intanto Mary Elizabeth Taylor, Segretario di Stato aggiunto (dunque uno dei vice di Pompeo), si è dimessa per protestare contro la gestione dell’affaire George Floyd da parte dell’amministrazione USA.

Nel libro di Bolton, alle accuse di collaborazionismo con il “nemico” cinese si affiancano aneddoti sul tycoon americano: secondo l’autore, ad esempio, prima dell’esperienza presidenziale Trump non era a conoscenza dell’indipendenza della Finlandia (creduta parte della Russia) ed ignorava che il Regno Unito fosse una potenza nucleare.

Quello di Bolton non è tuttavia l’unico testo che sta infiammando il dibattito pubblico americano. Ad agosto è prevista l’uscita di “Too Much and Never Enough” di Mary Trump, nipote del presidente (il padre dell’autrice, Fred Trump Junior, è il defunto fratello di Donald). Dalle prime anticipazioni si evince come nell’opera sarebbero contenute informazioni circa illeciti finanziari ed aspetti negativi della vita privata del presidente. A completare l’attacco editoriale nei confronti di Trump è inoltre l’attesa biografia sulla moglie Melania, scritta dalla giornalista del Washington Post Mary Jordan.

Se è vero che ferisce più la penna della spada, le pubblicazioni in arrivo non sono certo i problemi principali che attanagliano l’inquilino della Casa Bianca, alle prese con una campagna elettorale tutta in salita. Le ripercussioni economiche della pandemia di Covid-19 e le tensioni seguite all’uccisione di George Floyd aumentano la polarizzazione della società americana, mettendo a rischio la rielezione del presidente uscente.

Curiosamente, la barbara uccisione per soffocamento dell’afroamericano è avvenuta in una città, Minneapolis, amministrata dai democratici. Lo Stato del Minnesota, del quale Minneapolis fa parte, è a sua volta guidato da un governatore di area democratico-laburista. È dunque evidente come si sia voluto attribuire a Trump un problema, quello della violenza esercitata da chi amministra l’ordine pubblico, che è quantomeno bipartisan. Eppure The Donald è presto diventato l’oggetto principale delle proteste che stanno soffiando in molte città degli Stati Uniti, inasprendo le tensioni settarie ed ottenendo, forse, un effetto controproducente per coloro che vogliono la caduta del magnate newyorkese. I sondaggi, ad ogni modo, danno Trump sotto di oltre 10 punti percentuali rispetto a Joe Biden.

Nella fase attuale, caratterizzata dal crollo del prodotto interno lordo e dell’ulteriore indebolimento delle classi meno abbienti, i nodi dell’immigrazione e del razzismo costituiscono contemporaneamente un aspetto cruciale ed un diversivo. Aspetto cruciale per le disparità interetniche che verranno esacerbate dalla crisi. Diversivo perché può mettere in secondo piano proprio il dibattito sulla “ricostruzione” e la politica economica, mettendo in risalto opposizioni binarie semplificatorie.

In questo senso la “guerra dei social” vede Facebook e Twitter intervenire contro alcuni post del presidente americano. Ha suscitato polemiche, per esempio, una versione alternativa (condivisa su Twitter da Trump) di un video molto popolare sul web. Nell’originale due bambini, uno bianco e l’altro nero, si corrono incontro per abbracciarsi. Quello postato dal presidente USA, invece, vede inizialmente il primo rincorrere il secondo, con una finta scritta della CNN che indica il bambino bianco come un razzista elettore di Trump. Subito dopo viene invece mostrato il video vero, accompagnato dalla frase «cosa è successo realmente». Il contenuto non è stato censurato dalla piattaforma, che però ha inserito la dicitura «Manipulated media». Nel passato, anche recente, Twitter aveva segnalato alcuni contenuti pubblicati dal presidente, considerati come un incitamento alla violenza.

Un altro post di Trump che ha scatenato molte proteste, rapidamente censurato da Facebook, è stato quello pubblicato ieri contro gli Antifa. Esso mostrava come corredo al testo un triangolo rosso rovesciato, simbolo che i nazisti utilizzavano per indicare gli oppositori politici nei campi di concentramento. La comunicazione del presidente si è difesa sostenendo che esso fosse utilizzato dagli stessi Antifa, giustificazione che non è valsa ad impedire la censura del post.

Nel frattempo un duro colpo è arrivato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha sancito la continuazione del programma di protezione, fortemente osteggiato da Trump, per i quasi 700.000 immigrati entrati clandestinamente quando erano minorenni (ribattezzati “dreamers”). Il programma “Deferred Action for Childhood Arrivals” era stato istituito da Obama e sin dall’instaurazione del nuovo presidente era stato al centro degli attacchi trumpiani. La decisione della Corte Suprema blocca l’attuazione di uno dei punti più sentiti da Donald Trump, proprio in un momento in cui il presidente uscente deve “monetizzare” più risultati possibili per sperare nella rielezione.

Marco Valerio Solia

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