Serbia, la via per l’Europa passa dal Kosovo

È trascorso oltre un mese dalla vittoria plebiscitaria del Partito del Progresso Serbo (Sns), formazione di orientamento conservatore guidata dal presidente della Repubblica Aleksandar Vucic. Ottenendo oltre il 60% dei consensi ed aggiudicandosi 188 dei 250 seggi in palio, l’Sns ha conquistato la maggioranza assoluta dei suffragi, toccando il massimo dalla fondazione del partito nel 2008.

Nonostante il responso delle urne, il calo dell’affluenza e gli inviti al boicottaggio di Alleanza per la Serbia (compagine sorta nel 2018 proprio in opposizione al presidente) mostrano l’incremento della polarizzazione nel Paese balcanico.

Il malcontento, per quanto residuale, ha preso forma negli scontri di piazza seguiti alla recente dichiarazione governativa di voler reintrodurre un lockdown parziale per contenere la diffusione del Covid-19. Proprio la gestione della pandemia costituisce uno dei motivi di maggiore attrito: nei giorni scorsi diverse città serbe hanno assistito ad episodi di guerriglia urbana tra manifestanti e forze dell’ordine.

Secondo le opposizioni, il governo presieduto da Ana Brnabic avrebbe mentito sull’effettiva entità del contagio. Lo stesso svolgimento delle elezioni è finito nel mirino dei protestatari, i quali hanno sottolineato come esso abbia messo a rischio l’intera popolazione. Nel condannare le violenze la presidente del Consiglio ha del resto affermato che le strutture sanitarie della capitale sono prossime al collasso.

La Serbia costituisce un osservatorio privilegiato anche in virtù della propria candidatura a diventare un Paese membro dell’UE. L’iter, iniziato ufficialmente nel 2009, non è esente da criticità, a cominciare dalla questione del Kosovo, che pur sta vedendo qualche timido passo in avanti. In Kosovo, infatti, il nuovo presidente del Consiglio Avdullah Hoti ha annunciato la rimozione dei dazi contro le merci serbe, introdotti nel novembre 2018 in risposta alle pressioni diplomatiche di Belgrado per impedire l’ingresso di Pristina nell’Interpol. Oggi sembrano distanti le dichiarazioni della presidente Brnabic circa un possibile intervento militare qualora la minoranza serba in Kosovo fosse oggetto di ritorsioni.

Dopo oltre un anno e mezzo di stallo, il 16 luglio sono ripresi a Bruxelles i negoziati tra Belgrado e Pristina, sotto l’egida dell’Unione Europea, fortemente caldeggiati da Francia e Germania. Non estraneo all’impegno comunitario è stato il nuovo attivismo di Washington, che nella seconda metà di giugno ha invitato alla Casa Bianca i leader dei due Paesi. Una delle possibili vie d’uscita, pur aspramente osteggiata dagli europei, riguarderebbe lo scambio di territori: la Serbia cederebbe l’area intorno a Bujanovac e Presevo, a forte presenza albanese, mentre il Kosovo restituirebbe il distretto di Mitrovica, abitata principalmente da serbi. Favorevoli a questa opzione sono entrambi i Paesi. L’opposizione a una tale ipotesi è motivata invece dal timore che essa possa rinnovare disordini e tensioni settarie.

Nel frattempo proseguono le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Oltre ovviamente agli esponenti del Sns, Vucic ha avviato colloqui con gli alleati del Partito dei Pensionati Uniti di Serbia e del Partito Socialdemocratico di Serbia, nonché con i rappresentanti del Partito Socialista Serbo e di Serbia Unita. Il presidente della Repubblica mostra dunque la volontà di associare al governo forze diverse, al fine di legittimare ulteriormente l’esecutivo.

Il caso serbo acquista un’importanza cruciale per comprendere gli sviluppi geopolitici nei Balcani, con particolare riferimento ai rapporti con l’Unione Europea ed allo scontro NATO-Russia. La speranza è che si possa progressivamente giungere ad un accordo generale, in grado di pacificare un’area tradizionalmente instabile.

Marco Valerio Solia

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