E se l’espansionismo turco fosse una benedizione?

L’esercitazione navale compiuta dalle marine militari di Cipro, Francia, Grecia e Italia nel Mediterraneo orientale (26-28 agosto) ha evidenziato come la temperatura geopolitica in quel quadrante sia vertiginosamente salita, con il rischio concreto di deflagrazioni incontrollate. “Eunomia”, questo il nome dell’esercitazione, era stata concordata nel marzo, al fine di fornire una risposta comune all’espansionismo turco. L’intraprendenza di Ankara, attore sempre più ingombrante nel panorama mediterraneo, rappresenta però un’occasione per abbandonare una visiona economicistica della politica estera e ricominciare a tutelare i nostri interessi nazionali. Essere amici di tutti non paga.

In un Paese impegnato a discutere dell’abbronzatura del ministro degli Esteri e, al più, della riapertura delle scuole, l’installazione a metà agosto di una base turca a Misurata aveva sì e no oltrepassato l’attenzione degli addetti ai lavori, ravvivando ricordi ancestrali contro “il nemico di sempre”. La riconversione in moschea di Santa Sofia, prima, e di San Salvatore in Chora, poi, aveva del resto già catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica nostrana, insensibile alla geopolitica ma ancora capace di comprendere l’importanza dei simboli.

L’atavica paura verso il mondo turco si è riaccesa in questi ultimi mesi dopo la violazione delle concessioni italiane e francesi nelle acque cipriote (ottobre 2019), l’intervento diretto in Libia (gennaio 2020), l’accordo di Ankara con Tripoli sui confini marittimi (febbraio 2020), la destabilizzazione del confine greco con l’invio di migliaia di migranti ed i conseguenti scontri alla frontiera (febbraio-marzo 2020), nonché il ruolo dei servizi segreti turchi nella liberazione di Silvia Romano, spia dell’influenza esercitata ben oltre i confini domestici (maggio 2020).

Fattore cruciale nel fomentare l’instabilità mediterranea il braccio di ferro tra Atene ed Ankara sulle rispettive Zone economiche esclusive: la Turchia denuncia infatti come i criteri internazionali di delimitazione favoriscano ingiustamente le numerose isole greche al largo dell’Egeo, penalizzando al contrario la penisola anatolica. Non è un caso che proprio nelle acque contese lo scorso 12 agosto sia avvenuto lo speronamento di una fregata greca intenzionata ad interdire alla marina turca le proprie Zee.

L’escalation ha visto Atene chiedere all’UE l’introduzione di sanzioni contro la rivale, mentre Erdogan ha apertamente invitato la Grecia a scegliere tra un confronto militare e il cedimento alle rivendicazioni turche. Berlino, sotto ricatto su migranti siro-iracheni e diaspora turca, sta cercando di mediare tra gli attori coinvolti. E l’Italia?

Roma non ha al momento intenzione di schierarsi nel “derby” mediterraneo, dove un’alleanza informale tra Francia, Grecia, Cipro, Israele, Egitto, Arabia Saudita ed EAU vuole contrastare il duo Turchia-Qatar. Mentre partecipava alla missione quadripartita citata all’inizio, il nostro cacciatorpediniere Durand de la Penne ha svolto per qualche ora attività addestrativa minore con la marina turca, a riprova della volontà di non esagerare la valenza anti-Ankara della nostra partecipazione. Come è noto, l’Italia è molto vicina alle posizioni statunitensi circa l’atteggiamento da assumere nel teatro mediterraneo. In questo senso vanno lette le perplessità italiane circa la funzione antiturca che gli altri Paesi volevano attribuire al progetto EastMed, nonché l’intervento “provvidenziale” di Erdogan sul fronte libico, senza il quale il Gna rischiava di finire presto sui libri di storia.

La paura che il contenimento antiturco provochi un’ulteriore estensione ai nostri danni dell’influenza francese, congiuntamente al rifiuto di approfondire la polarizzazione nel Mediterraneo orientale, ha spinto l’Italia ad estrema cautela. Un elemento, quest’ultimo, positivo solo fino a quando non viene percepito come sintomo di debolezza, precisamente quanto risulta allo stato attuale. La volontà di mediare non può infatti esulare dall’individuazione di precise linee rosse strategiche (leggi: Libia), che hanno al contrario visto l’Italia estromessa dagli attori “che fanno sul serio”.

Roma deve imparare dal rinato protagonismo greco che il tema della sicurezza non si risolve con dichiarazioni standardizzate sulla risoluzione politica delle crisi. Atene, soggetto vessato economicamente per circa un decennio, non ha cessato di coltivare la consapevolezza dei pericoli vicini alle proprie coste. Per una volta è auspicabile che l’Italia imiti la parabola greca. Non per forza contro Ankara.

Marco Valerio Solia

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