L’annus horribilis libanese

La più potente esplosione mai vista a Beirut ha distrutto il porto e mezza città, causando oltre 150 morti, circa 5.000 feriti e lasciando senza casa 300.000 persone. Il danno economico è stimato tra i 3 e i 5 miliardi di dollari, quello morale non è quantificabile; ma la tragedia del 4 agosto è solo l’ultimo in ordine temporale dei problemi che questo infausto 2020 ha riservato al Libano.

L’anno è infatti cominciato con le proteste (già in atto dall’autunno scorso) nei confronti di un governo storicamente corrotto e settario, di una crisi economica senza precedenti e della progressiva mancanza di servizi essenziali. A poco sono servite le dimissioni dell’ex primo ministro Saad Hariri, visto che neanche il nuovo governo sembra essere in grado di portare a termine le riforme strutturali necessarie a far ripartire il Paese. E così la caduta libera della sterlina libanese (-80% del proprio valore da ottobre) è andata di pari passo con l’aumento della disoccupazione e ormai più della metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

A marzo, in concomitanza con l’introduzione delle misure anti-Covid, il governo aveva annunciato di non essere più in grado di ripagare il debito estero e che avrebbe mancato, per la prima volta nella sua storia, un’imminente scadenza da 1,2 miliardi di dollari. Per il terzo Paese più indebitato al mondo (90 miliardi di dollari, pari al 170% del Pil), la via del default era inevitabile. Nel tentativo di ristrutturare il debito, Beirut ha iniziato i colloqui con il Fondo Monetario Internazionale, ma il timore di condizionalità troppo gravose e l’opposizione iniziale di Hezbollah avevano rallentato le trattative.

Proprio il Partito di Dio è tra gli obiettivi delle contestazioni che, nonostante il Covid-19, sono proseguite negli scorsi mesi. Perché se è vero che spesso viene esageratamente utilizzato come il capro espiatorio per ogni male del Paese, è altrettanto vero che quello guidato da Nasrallah è a tutti gli effetti un simbolo del settarismo libanese e un elemento di instabilità quando si guarda al confine meridionale. Dall’inizio dell’anno sono aumentati gli episodi di frizione con Israele sia in Libano che in Siria, dove i miliziani sciiti si incontrano con i Pasdaran iraniani.

Non è dunque un caso che i primi ad essere accusati del “Ground Zero” di Beirut siano stati proprio i vicini israeliani, che hanno prontamente smentito ogni accusa. Il porto della capitale libanese è essenziale sia per l’economia che per la sussistenza del Paese, che produce poco e importa quasi tutto. Molto di ciò che arriva viene stoccato in silos prima di essere smistato. La principale riserva di grano del Libano, giusto per fare un esempio, è andata distrutta nella deflagrazione, lasciando ai libanesi poco più di un mese di autonomia.

Ma il porto di Beirut è anche uno degli hub principali del Mediterraneo, terminal per i commerci medio-orientali e sbocco privilegiato della famosa mezzaluna sciita, che collega l’Iran al Mare nostrum passando da Iraq, Siria e Libano. E se l’entrata in vigore lo scorso giugno della “Caesar Law” (un pacchetto di sanzioni americane contro la Siria e chi ci fa affari) era già stata un duro colpo per l’economia libanese, da sempre legata a quella del proprio vicino terrestre, la distruzione del porto ne segna il definitivo declino.

Per il Libano si apre dunque una nuova fase, fatta di aiuti umanitari e maggiore intromissione da parte di Paesi terzi che, con il pretesto della ricostruzione, cercheranno di ritagliarsi uno spazio di rilievo nel futuro dello Stato levantino. Sono già arrivati aerei carichi di materiale sanitario da diversi Paesi arabi ed europei tra cui Italia, Francia (lo stesso Macron si è recato a Beirut), Turchia, Arabia Saudita ed Iran. Altri seguiranno nei prossimi giorni.

Il sistema di ripartizione del potere “alla libanese” verrà probabilmente messo in discussione e, nella migliore delle ipotesi, alcune riforme lungamente invocate dovranno essere attuate al fine di poter accedere ai fondi internazionali necessari per ripartire. Anche Hezbollah ne uscirà inevitabilmente ridimensionato, ma solo il tempo ci dirà quale potrà essere la reazione della popolazione e quale nuovo assetto assumerà il piccolo Stato rivierasco.

Il Libano e i libanesi hanno imparato a rialzarsi velocemente, lo hanno fatto in più occasioni e lo faranno ancora una volta. C’è solo da augurarsi che questo annus horribilis non riservi al Paese dei Cedri ulteriori sorprese.

Davide Garavoglia

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