Pescatori sequestrati, l’Italia impari a difendersi

Sono passati ormai tre mesi da quando, la notte tra il I ed il 2 settembre, 18 pescatori siciliani sono stati sequestrati dalle forze di Haftar a quasi 40 miglia da Bengasi. I pescherecci Medinea ed Antartide, infatti, al contrario di altre 7 imbarcazioni italiane, non erano riusciti a dileguarsi per tempo dopo l’arrivo di una motovedetta libica, che aveva sparato dei colpi in aria. Il sequestro, avvenuto in acque internazionali (ma storicamente rivendicate dalla controparte libica), secondo alcune indiscrezioni sarebbe stato reso possibile da un intervento intempestivo della nostra Marina Militare (la quale, al contrario, ha dichiarato come la comunicazione alla Durand de La Penne sia giunta solamente dopo che i libici erano già saliti sui due pescherecci).

Da quel momento, in linea purtroppo con gli ultimi anni di storia patria, si è consumata l’ennesima umiliazione nazionale, foriera di sofferenza e preoccupazione per la sorte dei 18 connazionali coinvolti. Come affermato da Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, nel numero 10/2020 della rivista Limes, quanto avvenuto al largo delle coste libiche «sembra indicare la volontà di umiliare l’Italia».

Il sequestro, come fa notare sempre Gaiani, si è svolto infatti poche ore dopo la visita in Cirenaica del ministro degli Esteri Luigi di Maio. In quell’occasione il titolare della Farnesina aveva voluto incontrare il presidente del Parlamento di Tobruk senza tuttavia prevedere un colloquio con il generale Haftar. L’indebolito, ma pur sempre rilevante, militare libico avrebbe dunque risposto allo “smacco” decidendo di portare avanti un’operazione che delegittimasse ulteriormente la credibilità di Roma nella regione.

Un eventuale “scambio di prigionieri”, proposto dalla Cirenaica, appare in tal senso l’ennesima provocazione: a dover essere rispediti nel Paese arabo, infatti, sarebbero 4 calciatori libici, arrestati dall’Italia per la loro azione di scafisti nel Mediterraneo centrale, carriera culminata nel 2015 con lo sbarco nel porto di Catania, dentro celle frigorifere, dei corpi di 49 migranti.

In questi mesi gli appelli delle istituzioni e delle comunità locali, nonché del mondo ecclesiastico, si sono affiancati a numerose iniziative di solidarietà nei confronti delle famiglie dei pescatori sequestrati. Ciò, tuttavia, non ha potuto nascondere le responsabilità politiche di un Paese incapace culturalmente di difendersi. Gli Stati rivieraschi (e non) sono perfettamente consapevoli che, ad oggi, colpire un interesse, anche primario, dell’Italia non comporti praticamente costi. Addirittura un nano politico e militare, come la Cirenaica, è in grado di umiliare in mare uno dei Paesi del G7, provvisto di una Marina Militare tra le più sofisticate al mondo.

Forse è persino inutile ricordare la sequenza di prevaricazioni subite dal nostro Paese negli ultimi anni: dal blocco di una nave dell’ENI in acque cipriote ad opera dei turchi nel 2018 all’odissea indiana dei due Marò, passando per il caso Regeni e la questua ad Ankara per la liberazione di Silvia Romano, l’Italia della Seconda Repubblica sembra confermare i peggiori stereotipi sulla nostra inaffidabilità e sulla nostra debolezza. Ci basassimo solamente sui numeri, al contrario, Roma avrebbe tutte le carte in regola per un ruolo proattivo nella politica internazionale. Le condizioni materiali, pur cruciali, non sono però tutto nella vita dei popoli. È ora quindi che l’Italia decida tra difendere le linee rosse o farsi fagocitare. Abbiamo l’ingenuità di sperare in un rinsavimento in extremis.

Marco Valerio Solia

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