Il lupo ferito. Ankara nel Medio Oriente allargato

La scorsa volta avevamo affrontato i cambiamenti avvenuti in Turchia a partire dallo sventato golpe del 2016. Oggi analizzeremo invece i diversi teatri operativi in cui Ankara ha guadagnato o recuperato influenza dopo quello storico spartiacque. Faglie strategiche che vedono la Turchia quale indiscusso protagonista del quadrante mediorientale (e non solo).

Il contrattacco non si è fatto attendere, non solo in termini repressivi interni ma anche nel contesto militare, economico e culturale estero. Alcune questioni sospese sono tornate in cima all’agenda di Ankara, come la divisione dell’Isola di Cipro, i confini con la Grecia, la guerra nel Caucaso e gli avamposti in Africa. Analizziamoli nel dettaglio:

Libia

Erdogan ha scelto di usare navi, uomini, armi e aviazione per determinare le sorti della “quarta sponda”. Pochi istanti prima che l’esito del conflitto fosse segnato, a poche centinaia di metri dal quartier generale di al-Sarraj, l’esercito turco è intervenuto sferrando il contrattacco decisivo e respingendo le armate di Haftar dallo stringente assedio di Tripoli. Molti dei territori persi in precedenza dal Gna sono stati dunque riconquistati, con un ristabilimento dell’equilibrio tra le fazioni in lotta. Da una parte, come è noto, al-Sarraj, sostenuto dalla Turchia, dal Qatar e, in teoria, anche dall’Italia; dall’altra il generale Haftar, sostenuto da Russia, Francia, Egitto, Arabia Saudita ed EAU. L’invio dei soldati turchi, oltre a quello di migliaia di miliziani precedentemente impegnati nel conflitto siriano, ha permesso ad Ankara di rappresentare il principale sponsor internazionale di al-Sarraj. Il conto non si è fatto attendere: Turchia e Gna hanno infatti dopo poco firmato un accordo sui confini marittimi, in grado di sventare i tentativi di aggirare la penisola anatolica (e le sue acque) nel transito del gas levantino.

Le autorità libiche hanno inoltre concesso alla marina turca il porto di Misurata per 99 anni. Un incredibile smacco all’Italia, incapace di fornire aiuto militare nel momento decisivo, nonché una spada di Damocle per l’Europa, con Erdogan che è di fatto padrone dei due corridoi principali da cui transitano i migranti (fattore che non dimenticherà certo di utilizzare nei vari tavoli negoziali). Lo stesso “embargo” delle armi in Libia, debolmente perseguito dall’UE con la missione “Irini”, ha svelato una postura antiturca, penalizzando, almeno in teoria, il sostegno militare di Ankara rispetto a quello degli sponsor internazionali di Haftar, i cui aiuti arrivano via terra, attraverso l’Egitto. Anche in questo caso, tuttavia, le stesse regole d’ingaggio della missione non sono riuscite ad ostacolare più di tanto i piani di Erdogan.

Grecia

In questo quadro di risveglio nazionalista, ad Ankara è cominciata ad affermarsi la dottrina della “Patria blu”, ossia quello spazio che spetterebbe alla Turchia per “destino” e che fa riferimento al mare che bagna la penisola anatolica. In particolare, Erdogan ha cominciato a rivendicare la sovranità su alcune aree, tra queste la greca Kastellorizo, isola nota al grande pubblico italiano in quanto ambientazione del film premio Oscar “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores, situata a pochi chilometri dalla costa turca, ma a circa 600 chilometri dalla terraferma greca. Atene, per blindare i confini dell’isola, ha inviato un contingente di rinforzo dell’esercito. Le zone economiche di Ankara cominciano a starle molo strette e sono iniziate le esplorazioni marittime per cercare di allargare i confini blu. La marina greca non ha però alcuna intenzione di concedere spazi, come dimostrato dalla convocazione della missione “Eunomia” che ha visto Francia, Cipro, Italia e Grecia condurre manovre nel Mediterraneo per smorzare l’aggressività turca. Ma le tensioni con Atene nell’anno trascorso sono state tante, a partire dal flusso di migranti che Ankara ha scaricato sui confini greci e che è costato diversi disordini lungo la linea che divide i due Stati.

Cipro

Il conflitto greco-turco continua a vivere sull’isola di Cipro, divisa da una linea verde istituita dall’ONU nel 1974 a seguito dell’intervento armato turco per impedire l’unificazione dell’isola sotto l’egida dei greco-ciprioti. La Repubblica di Cipro è riconosciuta a livello internazionale, mentre la Repubblica turca di Cipro del Nord solo da Ankara. La Turchia non ha mai visto di buon occhio le licenze date dalla Repubblica filoellennica alle compagnie internazionali di esplorazione quali ENI e Total. Nel febbraio 2018 la marina turca ha bloccato una nave esplorativa dell’ENI in acque che Ankara ritiene contese. Come se non bastasse, ad inizio 2019 la nave esplorativa turca “Yavuz” ha spento i radar e si è posizionata per diversi giorni nelle zone economiche esclusive riservate a ENI e Total. Tra Francia e Turchia, del resto, si sta svolgendo un braccio di ferro senza precedenti recenti per garantirsi influenza nel Mediterraneo, Questa sfida sarà determinante nel futuro prossimo per decidere i nuovi equilibri nell’ex “Mare Nostrum”.

Azerbaijan

Nel 2020 si è verificato uno sconvolgimento geopolitico nel Caucaso. Anche qui è stata protagonista la Turchia, intervenuta al fianco dei “fratelli” azeri per riconquistare i territori del Nagorno Karabakh, storicamente rivendicati dall’Azerbaijan. La battaglia è terminata con una vittoria dei turcofoni che hanno issato la bandiera sul territorio armeno, soprattutto grazie al massiccio supporto militare turco. Anche qui sono stati impiegati i “ribelli siriani” come mercenari e, piccolo ma non irrilevante dettaglio, la vittoria è stata conseguita anche grazie a un importante appoggio logistico militare di Israele, il quale ha rifornito di droni il paese azero. Pochi giorni fa, inoltre, si è svolta la marcia della vittoria a Baku, che ha visto protagonista il leader azero e come ospite d’eccezione Tayyp Erdogan. I due eserciti hanno sfilato insieme per celebrare la conquista dei territori prima controllati da Erevan.

Africa

Abbiamo accennato al ruolo turco in Libia ma è in tutto il continente africano che Ankara mostra un crescente protagonismo. In Somalia, ad esempio, potrebbe bastare la storia della liberazione di Silvia Romano, con il ruolo chiave degli agenti turchi, per dimostrare l’impronta della Sublime Porta. Ma nel Paese del Corno d’Africa le relazioni non sono legate solo all’intelligence, basti pensare che uno tra gli ospedali più moderni della regione si chiama Erdoğan Research and Training Hospital. La Turchia è presente inoltre nel settore militare, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture fondamentali. Nel mare somalo vige un memorandum d’intesa per il settore energetico e minerario, che consente alle compagnie turche operazioni di esplorazione e perforazione in quelle acque. La Turchia ha inoltre messo in piedi una struttura adibita ad addestramento militare chiamata Camp Turksom, dove ogni anno 200 consiglieri turchi addestrano soldati che sono impiegati soprattutto nel contrasto ai gruppi terroristici. Un soldato su tre in Somalia è stato addestrato da personale turco.

In Africa viene inoltre utilizza da tempo l’Agenzia di cooperazione e coordinamento turca (TIKA) per favorire lo sviluppo degli Stati e, al tempo stesso, estendere la propria influenza nella regione. L’Agenzia ha 20 sedi sparse in tutto il continente. In questo processo di espansione vanno considerate anche le decine di nuove ambasciate aperte nell’ultimo decennio nel continente africano. Altro Paese chiave per capire le evoluzione regionali è il Sudan, con Khartoum che per poco non ha concesso alla Turchia la gestione del porto di Suakin per 99 anni. La deposizione del presidente filoturco sudanese ha infatti bruscamente invertito l’allineamento internazionale del Paese, che ha infine concesso lo scalo a Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, rivali strategici di Ankara. L’influenza turca si estende del resto anche nel Maghreb, dove da poco è stato firmato un accordo di libero scambio con l’Algeria, per un interscambio bilaterale di circa 5 miliardi di dollari.

Andrea Moi

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