Il lupo ferito. Come il tentato golpe ha cambiato la Turchia

«È finito! È finito! Erdogan è finito!» con queste parole, la sera del 15 luglio 2016, il giornalista Carlo Pannella commentava le immagini che scorrevano sullo schermo.

Spari, confusione, folle che si radunano in vari centri della città. La tensione è altissima a Istanbul in questa notte d’estate. È in atto un tentativo di colpo di Stato e il giornalista Carlo Pannella lo afferma in diretta: «Erdogan è finito».

Sul Ponte del Bosforo, uno dei tanti che collegano le due sponde della vecchia Costantinopoli, un gruppo di uomini tenta di bloccare l’avanzata dei carri armati. Si formano barricate. Alcuni uomini cadono feriti. In città la confusione regna sovrana, le forze armate si dividono. Molti uomini in divisa non rispondono all’appello del golpe e tentano di ostacolare l’insurrezione ma le divise sono le stesse e non si capisce chi stia con chi. Decriptare da lontano quello che sta avvenendo è molto complicato ma le notizie che arrivano sono sempre più drammatiche: spari sul Parlamento, comunicati dei golpisti sulla rete nazionale, Erdogan che appare da una località sconosciuta e lancia un appello al popolo per ribellarsi contro i militari.

Nel frattempo Carlo Pannella conferma: «Erdogan è finito».

17 luglio 2016. Erdogan non è finito. Il colpo di Stato è fallito lasciando sul campo 290 morti e 1.440 feriti, con ben 2.893 arresti. Il Parlamento è stato bombardato e numerosi civili sono stati uccisi mentre cercavano di ostacolare la strada ai golpisti. Il Ponte sul Bosforo viene rinominato “Ponte dei Martiri del 15 luglio”. Una possibile (e vicina) disfatta totale si è trasformata in una vittoria di Erdogan e del suo Partito AKP. Un punto di non ritorno della politica interna ed estera della Sublime Porta.

Un punto di non ritorno che ha visto il Paese cambiare rotta e aumentare drasticamente la diffidenza nei confronti degli alleati della NATO. Il secondo esercito, per armamento, dell’alleanza atlantica si è infatti sentito tradito: gli aerei dei golpisti sono partiti dalla base di Incirlik, gestita sia dalle forze armate turche che da quelle statunitensi, considerata strategica anche perché, a quanto sembra, conteneva al proprio interno ben 50 ordigni nucleari. I rappresentanti dell’AKP hanno accusato di connivenza gli Stati Uniti, i quali, a loro volta, hanno sempre smentito. Il dubbio è però rimasto, alimentato dalla permanenza negli USA del predicatore e politologo turco Fethullah Gülen, considerato da Ankara la mente del fallito golpe.

È dunque impossibile capire la postura dell’attuale politica estera turca senza considerare lo shock provocato dal fallito golpe del 2016. Oltre al tentato colpo di Stato, a cambiare radicalmente la postura internazionale di Ankara è stata la guerra in Siria, che ha visto adottare da parte turca una linea intransigente e spiccatamente religiosa. Fino al 2012 in Anatolia si respirava infatti un clima relativo di distensione politica e militare: l’economia era in forte crescita, la questione curda sembrava affievolita e il processo di adesione all’Unione Europea stava registrando apparentemente dei progressi. La guerra in Siria e il tentato golpe hanno determinato una spiccata accelerazione di alcuni processi, invertendo la parabola di Ankara, ora alle prese con una polarizzazione senza precedenti: magistratura, giornalismo, politica e associazionismo sono stati colpiti da continui mandati di arresto.

È di pochi giorni fa la notizia delle sentenze definitive nei confronti dei golpisti turchi. Tra i condannati, il predicatore (ed ex alleato di Erdogan) Gülen, che però si trova autoesiliato negli USA ormai da anni. 198 imputati hanno accumulato pene per 3.901 anni di carcere. Tra questi c’è un ufficiale che uccise 15 civili e sganciò due bombe sopra il Parlamento. Da solo ha collezionato 16 ergastoli. L’ufficiale dell’aviazione che bombardò la stazione di polizia di Ankara è stato condannato a 3 ergastoli. Si devono ancora chiudere molti processi, in particolare quelli che riguardano le azioni eversive della guardia presidenziale. Sono 3.390 i magistrati rimossi dopo il fallito golpe. Subito dopo i fatti del 15 luglio è stato inoltre arrestato il rettore dell’Università Gazi ad Ankara, Suleyman Buyukberber, e sono stati sospesi 20.000 dipendenti del Ministero dell’Istruzione.

Nel frattempo il dialogo con i curdi è stato del tutto accantonato. Non vengono risparmiati i rappresentanti politici di tale comunità, in special modo quelli accusati di essere il braccio politico del PKK, il partito dei lavoratori di Abdullah Öcalan, bollati come terroristi dallo Stato turco, in controtendenza con quanto fatto da Erdogan nei primi anni di governo (ma in linea con la tradizionale politica degli apparati turchi). Il processo di pacificazione si è spezzato e i vecchi rancori sono tornati ad acuirsi nei territori siriani e iracheni del Nord, dove da millenni vivono numerose comunità curde.

Le ambiguità occidentali di fronte al tentato golpe hanno risvegliato sentimenti identitari di lunga data: il Paese si è sentito attaccato e ha tirato fuori le unghie, facendo emergere un’aggressività che sembrava ormai riposta negli armadi della storia.

Andrea Moi

4 thoughts on “Il lupo ferito. Come il tentato golpe ha cambiato la Turchia

  1. Le Forze Armate Turche sono le seconde per numero di effettivi, ma molto dopo UK, Francia e perfino Italia per forza effettiva…..

  2. Vero Gottardo ma è altrettanto vero che, a differenza dell’Italia, la forza effettiva i turchi la stanno usando sul campo per sconvolgere gli scacchieri internazionali. L’Italia, purtroppo, è una forza effettiva solo in potenza.

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