Il lupo ferito. La Turchia alla conquista del (suo) mondo

Dopo aver affrontato i cambiamenti interni alla Turchia in seguito allo sventato golpe del 2016 ed aver analizzato i nodi della sua politica estera, oggi osserveremo come Ankara stia ridisegnando i propri confini identitari, fonte di legittimazione sia a livello domestico che internazionale. Obiettivo principale: (ri)conquistare il suo mondo.

La più grande comunità turca fuori dai confini nazionali si trova in Germania. Qui, infatti, vive circa un milione e mezzo di turchi. Se ad essi si aggiungono coloro che, pur provvisti di nazionalità tedesca, detengono origini anatoliche, il numero sale a circa 3,5 milioni di persone. A Berlino, il quartiere Kreuzberg, protagonista della scena punk degli anni Ottanta, è una delle zone ad aver maggiormente ospitato questa comunità. L’inizio dell’immigrazione turca in Germania risale agli anni Sessanta, promossa da accordi tra i due Paesi.

Le rispettive esigenze di alimentare l’industria tedesca dopo la tragedia bellica e, dall’altro lato, di trovare lavoro e prospettive di futuro, diedero vita inizialmente ad una convivenza proficua. Le dimensioni del fenomeno, unite alla recrudescenza della questione identitaria turca ed al crescente interventismo di Ankara in politica estera hanno reso la presenza turca in Germania una vera e propria spina nel fianco per il Paese di Angela Merkel. Significativo in tal senso il celebre appello di Erdogan ai connazionali residenti nell’Unione Europa: «Fate almeno 5 figli. Il futuro è vostro».

L’Europa, soprattutto quella occidentale (Italia inclusa), ha abbandonato da anni la valorizzazione della propria identità storica e culturale. È il processo che lo scrittore inglese Scruton ha chiamato “oikofobia”, la paura di sé stessi e della propria cultura di provenienza. La Turchia ne è cosciente e non ha alcuna intenzione di cadere nello stesso errore. In questo senso il passato viene non di rado utilizzato per sostenere le aspirazioni “imperiali” odierne. Estremamente eloquente, in tal senso, una foto del 2015, con Erdogan in piedi vicino a 16 uomini, armati e vestiti con abiti tradizionali, a rappresentare i «16 grandi imperi turchi». Dagli Unni all’Orda d’oro, dai Moghul all’Impero ottomano, le entità politiche che hanno caratterizzato la lunga marcia turca vengono attualizzate da Erdogan per giustificare il rinato protagonismo di Ankara.

Una storia molto antica, dunque, partita dal nomadismo delle steppe asiatiche e arrivata fino all’odierna Repubblica turca, figlia del “padre della patria” Mustafa Kemal Atatürk. Il sentire turco non è quindi confinabile all’interno della stretta geografia nazionale: esso si allarga a dismisura, superando le categorie di spazio e tempo per sfiorare la sostanza del mito, non per questo percepito come meno reale.

Si continuano infatti a mantenere strette relazioni, in virtù della comunanza linguistica, con la Corea del Sud: il coreano e il turco hanno la stessa radice altaica. Si difende, quantomeno a livello retorico, la minoranza musulmana e turcofona degli Uiguri che vive nel Nord Ovest della Cina. Si coltivano buone relazioni diplomatiche con l’Ungheria di Orban, accomunata alla Turchia dall’antico ceppo Unno. Insomma, alla Sublime Porta non interessa solo estendere la propria egemonia politica ma riaffermare un vero e proprio progetto identitario. A molti potrà sembrare anacronistico, ciò non toglie che esso costituisca un potente mito, capace di legittimare e consolidare la figura di Erdogan sullo scenario interno (e non solo). Allo stesso tempo un tale spirito non è ascrivibile ad una singola individualità. Basti pensare come, pur senza nascondere le differenze tra i due soggetti politici, dopo l’AKP il secondo partito turco sia il nazionalista MHP, braccio politico dei “lupi grigi”, a dimostrazione di quanto il fattore identitario non rappresenti certo un’esclusiva di Erdogan.

In tale disegno è stato fatto un astuto utilizzo di tutti i mezzi a disposizione, a cominciare dalla cinematografia. Esempio lampante il film su Mehmet II, “Feith 1453”, dedicato al condottiero che ha invaso e conquistato l’antica Costantinopoli. Il film è stato il più costoso della storia del cinema turco (17 milioni di dollari). Di grande impatto internazionale anche diverse serie tv: la più famosa “Gümüfl” (“Argento”), trasmessa nel mondo arabo sotto il nome di “Noor” (“Giovane”), ha raggiunto decine di milioni di spettatori. Da citare assolutamente anche “Muhteşem Yüzyıl” (“Il secolo magnifico”), centrata sul leggendario sultano Süleiman “il Magnifico” (1520-1566).

Altra iniziativa dal forte impatto simbolico è stata la riconversione dell’ex Basilica di Santa Sofia in una moschea, dopo che circa un secolo fa il luogo di culto musulmano era diventato, per volontà di Atatürk, un museo (stessa sorte ha subìto la chiesa di San Salvatore in Chora). Una mossa che ha destato scalpore ma che conferma la decisione di un governo che vuole riaffermare con forza la sua impronta. A testimonianza di ciò, l’inaugurazione solenne (alla quale ha partecipato anche Erdogan), con l’Imam Ali Erbas (ministro degli Affari religiosi in Turchia), che dalle scale del pulpito ha imbracciato un’antica spada ottomana.

Oltre il tentativo di ricompattare i turchi quale soggetto identitario, è evidente la volontà della Turchia di porsi quale nuovo capofila dell’Islam sunnita, con l’intenzione e la possibilità di svolgere un ruolo da protagonista in un’area di riferimento sempre più grande. Gli europei sono avvertiti.

Andrea Moi

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