Il Regno Unito lascia l’UE. Divorzio consensuale al fotofinish

Un 2021 di sfide per il Regno Unito. L’accordo sulla Brexit alla fine è arrivato. La vigilia di Natale Boris Johnson e Ursula von der Leyen hanno annunciato il buon esito delle negoziazioni. Dopo un iter durato quattro anni e mezzo, allo scoccare della mezzanotte di ieri (le 23.00 in UK) Londra ha ufficialmente lasciato l’Unione Europea.

A pochi giorni dal fatidico 31 dicembre, data conclusiva del periodo di transizione iniziato a febbraio, Regno Unito ed Unione Europea sono infatti riuscite a fare sintesi sui nodi che ostacolavano le trattative. La questione (dal valore simbolico più che economico) della pesca è stata risolta con un accordo che taglia del 25% per i prossimi cinque anni e mezzo il valore del pesce pescato dalle navi europee. Dopo di che il Regno Unito avrà il pieno controllo delle sue acque e potrà rinegoziare l’accesso per i pescherecci dei membri dell’UE.

Altro tema caldo era il level playing field. Le due parti si sono accordate sul rispetto di determinati standard sui diritti del lavoro, delle imprese e della sostenibilità ambientale, senza dimenticare i temi della trasparenza fiscale e dei sussidi da parte dello Stato. Tutto ciò per evitare che Londra possa sfruttare la sua fuoriuscita per fare concorrenza sleale alle compagnie europee. Ad ogni modo il Regno Unito non dovrà sottostare alle leggi dell’Unione in merito e potrà dotarsi delle proprie, pur dovendo garantire condizioni specifiche. Non sono stati introdotti, inoltre, dazi bilaterali alle frontiere sul traffico di beni e prodotti, anche se rimangono i controlli per le merci.

Solo nel caso di controversie tra le parti potrebbero essere imposte contromisure economiche. Controversie che verrebbero comunque risolte da un meccanismo internazionale indipendente. Londra è uscita invece dal programma Erasmus, per motivazioni simboliche e di immagine. L’agreement è stato approvato dal Parlamento britannico il 30 dicembre, mentre per il giudizio di quello europeo bisognerà attendere l’anno nuovo.

Per quanto riguarda la controparte britannica, quella appena conclusa può essere considerata una vittoria di Boris Johnson, che è riuscito ad archiviare positivamente un capitolo ricco di tensioni per il Regno. Lo dimostrano i toni trionfalistici con cui il primo ministro ha annunciato l’accordo ma anche le prime reazioni provenienti dal suo partito, dai brexiteers di ferro come Nigel Farage e, persino, dai Labour di Keir Starmer, che hanno votato a favore.

Anche l’UE può dirsi sollevata per essere riuscita, tramite la diplomazia, a evitare una frattura scomposta con il Regno Unito. D’altronde un eventuale no deal avrebbe avuto ripercussioni negative per entrambi, soprattutto considerato l’attuale scenario di crisi globale. Non si sono fatte aspettare, invece, alcune reazioni in controtendenza. Prima fra tutte quella della premier scozzese Nicola Sturgeon, leader del partito nazionale scozzese (Snp) e fervente europeista.

Sturgeon ha dichiarato che la Scozia sta subendo la scelta di uscire dall’UE ed è pronta a perseguire l’indipendenza. Le elezioni locali del 6 maggio 2021 potrebbero essere un vero banco di prova per l’unità del Regno. La Brexit, secondo molti analisti, dovrebbe servire proprio a ricompattare le “province” del Regno per rilanciare poi la Gran Bretagna come attore mondiale (lo slogan/strategia della Global Britain ne è un tentativo). Deve però superare il prossimo futuro senza frammentarsi ulteriormente, e solo nel medio-lungo periodo la scelta potrebbe essere premiata.

Senza contare la sfortunata coincidenza con l’imprevista pandemia, le cui conseguenze di certo non fanno sorridere Londra. Nei prossimi mesi vedremo, quindi, quali saranno le mosse, le intenzioni e i risultati di una Gran Bretagna lontana (ma senza esagerare) dall’Unione Europea. Per adesso bisognerebbe solo evitare sterili bagarre, mascherate da dibattiti in cui si incensa una o l’altra parte incondizionatamente.

Luca Sebastiani

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