Garantiti vs non garantiti. Quando il dibattito gioca al ribasso

È passato un mese esatto dallo sciopero nazionale dei lavoratori del settore pubblico, indetto dalle sigle sindacali maggiormente rappresentative della categoria. Subito dopo la proclamazione, i mass media hanno dato ampio risalto alla rivendicazione, mettendo in luce a reti unificate, più o meno surrettiziamente, l’ingordigia dei “garantiti” e dei “fannulloni” che, in un momento così delicato per il nostro tessuto socio-economico, hanno anche avuto l’ardire di inscenare una protesta. Poco importa quali fossero le motivazioni dello sciopero, il refrain della settimana è stato il seguente: i burocrati nullafacenti vogliono ancora più soldi, proprio loro che sono dei tifosi del lockdown affetti da schadenfreude verso gli esercenti costretti a tirar giù le serrande a causa delle restrizioni anti-Covid.

Ciò ha chiaramente suscitato l’indignazione generale, prestando il fianco alle note proposte di quegli esperti che, dopo aver reso il precariato la regola nel settore privato – grazie alle loro ricette miracolose – ritengono che sia arrivato il momento di spezzare le reni anche ai dipendenti pubblici. Perché, si dice, “non dovrebbero esistere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B”. Nessuno si interroga sui motivi per cui siamo arrivati a considerare il congedo di maternità nel settore privato alla stregua di un privilegio – no, affatto – la formula magica per rendere più giusto il mondo del lavoro sarebbe quella di togliere i diritti a chi ancora ne ha. 

Nessuno si chiede come siamo arrivati a considerare un “privilegiato” chi guadagna mediamente 1.300-1.400€ al mese e che ha il “lusso” di non andare a dormire ogni notte con la paura di essere licenziato inopinatamente. E parimenti nessuno ricorda che siamo di fronte allo stesso leitmotiv che ha preparato il terreno per l’approvazione a furore di popolo del JobsAct, i cui effetti portentosi sui livelli occupazionali sono stati a lungo sbandierati da talune forze politiche, ma non dall’ISTAT.

Ora, non è questa la sede per approfondire le ragioni dello sciopero del 9 dicembre e del perché chi scrive ritiene che sia stato un clamoroso autogoal (in buona fede?) dei sindacati.  Quello che ritengo interessante è un dato liberamente accessibile a chiunque voglia accedervi. Noi, infatti, sappiamo tutto quello che è accaduto prima dello sciopero, ma quasi nessuno si è preso la briga di verificare cosa sia accaduto il giorno dei giorni, quello dove si sarebbero dovuti verificare disservizi e crisi di nervi degli utenti.

Ebbene, secondo i dati ufficiali della Funzione pubblica – ha aderito allo sciopero l’1,98% del personale. La montagna, insomma, ha partorito il topolino. Evidentemente, la stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici ha compreso che un’adesione massiccia allo sciopero avrebbe finito per portare acqua al mulino di chi vuole riformare il mondo del lavoro in senso peggiorativo, come è stato già fatto per il settore privato negli ultimi vent’anni, da ultimo con l’adozione del citato JobsAct che ha abolito l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Perché la logica è sempre la stessa: prendere una categoria – una volta i dipendenti privati, altre volte i pensionati, altre volte ancora le partite IVA –  e additarla come la principale responsabile delle sventure di un’altra categoria.

Non bisogna invece cedere ai facili istinti, pensando che tutte le partite IVA evadano, che tutti i pensionati siano dei ladri di futuro, che tutti i dipendenti pubblici siano dei nullafacenti e così via.

Le storture di sistema ci sono, è innegabile: esistono le baby pensioni, così come esistono gli evasori e i dipendenti pubblici sfaccendati. Ma è necessario porre rimedio alle singole disfunzioni senza sparare nel mucchio, perché, banalmente, senza imprese non ci sarebbe lavoro, senza dipendenti pubblici non potremmo contare sui servizi essenziali (scuole, ospedali, forze dell’ordine, uffici pubblici) e senza dipendenti privati non si produrrebbe ricchezza. Ogni categoria, quindi, ha la sua dignità e la sua funzione sociale.

Allora, ad avviso di chi scrive, la retorica dei garantiti contrapposti ai non garantiti dovrebbe evolversi ad un livello più alto e divenire una riflessione collettiva sull’origine delle crescenti fratture nella società italiana e non cedere alle sirene di chi vuole dividere, anziché unire. Al momento, comunque, il popolo italiano sta tenendo – nonostante le innumerevoli difficoltà che caratterizzano il periodo storico che stiamo vivendo – con buona pace di chi fomenta la guerra tra poveri per vendere più copie dei giornali e per aumentare lo share televisivo.

Luca Savoia

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