La Silicon Valley? Un modello italiano

Connettività. È la parola chiave dell’epoca contemporanea. La necessità di diffondere la connettività a livello globale è un mantra per le grandi imprese tecnologiche del mondo, a partire da Facebook e dal suo fondatore Mark Zuckerberg, al quale deve riconoscersi la paternità dei progetti più intraprendenti sul tema (grazie ai droni ad energia solare il CEO di Facebook punta a diffondere la rete 5G a livello globale).

Nonostante gli effetti positivi della diffusione della rete anche in quelle parti del mondo che per questioni geografiche ed economiche fino ad oggi ne sono rimaste escluse, questa “ossessione” di accelerare il processo di digitalizzazione non può che suscitare in chi scrive alcune perplessità.

In un mondo digitalizzato, i nuovi mezzi di comunicazione hanno infatti portato molti significativi cambiamenti nella realtà giuridico-economica mondiale. Ad essere stato ridimensionato è in particolare il ruolo fondamentale dell’impresa come propulsore della distribuzione di beni e servizi: oggi, infatti, la grande distribuzione avviene tramite internet ed è quindi controllata centralmente da quelle grandi imprese private che ne gestiscono il funzionamento, i cosiddetti Internet Service Provider.

Le grandi aziende della Silicon Valley, in particolare le cosiddette “temibili cinque” (Facebook, Amazon, Google, Apple e Microsoft) si sono ritrovate a spartirsi l’intero mercato globale, ponendo in essere anche comportamenti anticoncorrenziali e, in alcuni casi, infrangendo apertamente le leggi nazionali dei vari Stati in cui si trovavano ad operare.

Il potere di queste aziende è ormai sconfinato e, se mal gestito, rischia di colpire i diritti stessi dei cittadini, nonchè la tenuta degli odierni Stati democratici. Tutto questo ci porta ad una grande domanda: come può un’azienda privata, che ha nel profitto il suo motivo di esistere, occuparsi con la dovuta efficienza di questioni di pubblico interesse? Come può essa garantire di essere spinta unicamente da un fine altruistico?

Prescindendo in questa sede da un’analisi globale del fenomeno e dall’approfondimento che richiederebbe (specialmente per quanto riguarda i suoi riflessi su molti temi di fondamentale rilevanza quali occupazione, protezione dei dati, concorrenza e molti altri), ci limiteremo a discutere della situazione del nostro Paese, analizzando i motivi per cui le imprese italiane sono, nello scenario appena descritto, una facile preda per i colossi della digitalizzazione.

Oggi le dinamiche produttive di tutte le imprese, a prescindere dallo specifico settore merceologico nel quale operano, si caratterizzano per una sempre maggiore integrazione tra strumenti fisici e digitali, coordinati proprio attraverso la rete. Questo ha comportato effetti che hanno inciso sul mercato in maniera talmente profonda da prendere il nome di “quarta rivoluzione industriale”.

In Italia, pur esistendo realtà virtuose sia a livello imprenditoriale che di ricerca scientifica, si riscontra un alto tasso di arretratezza tecnologica. Ciò è dovuto in primo luogo al mancato sviluppo di sinergie tra persone e risorse a disposizione, in grado di mettere al servizio del Paese una serie di competenze tecniche.

Come è noto, la maggior parte delle aziende italiane sono di piccole-medie dimensioni. Non avere un vero e proprio piano industriale che metta insieme il settore pubblico con le strategie portate avanti dal settore privato non permette alle imprese di spiccare il volo ed ottenere i mezzi necessari ad affrontare adeguatamente la nuova globalizzazione. Le singole aziende, infatti, anche a causa della loro ridotta dimensione, non dispongono quasi mai di strutture e risorse necessarie per affrontare le sfide che un contesto connesso a livello globale pone.

Purtroppo in Italia ogni zona del Paese lavora e opera individualmente, affrontando da sola un contesto sempre più globale dove le interconnessioni grazie alla tecnologia sono progressivamente maggiori e concrete. Il settore privato e quello pubblico sono lontani, le università e i centri di ricerca dialogano solo in parte con il settore industriale, i finanziamenti vengono distribuiti male e senza controlli stringenti, gli investimenti non incidono in maniera determinante e non c’è una rete di relazioni che possa sfruttare complementari economie di scala.

Uno scenario non esaltante che ci costringe a porci un’altra domanda. Come siamo arrivati fin qui? Come ha potuto un Paese che fino a poche decine di anni fa eccelleva nei più disparati settori a livello globale perdere competitività in questo modo?

In Italia, nei decenni successivi al dopoguerra, è stato ideato, implementato ed esportato in tutto il mondo un modello economico vincente, il modello di “distretto industriale”. Esso ha consentito di sviluppare economicamente intere aree geografiche creando realtà fiorenti e, soprattutto, autonome, ubicate in un ambito territoriale circoscritto. Tale modello è stato poi ripreso da altri Paesi, come gli Stati Uniti, che lo hanno implementato e migliorato su tutti i livelli, fino a divenire quello che è oggi.

Fortunatamente questo modello industriale è ancora radicato nel Bel Paese, anzi le realtà italiane maggiormente di successo sono tuttora le imprese “distrettuali”, radicate nei vari territori regionali. Essi, riscoperti come luoghi di produzione, diventano sempre più attrattivi per gli investitori. Ciò risulta evidente dall’analisi dei dati economici sull’andamento delle imprese nazionali dopo la crisi. Le imprese distrettuali, infatti, in un lasso temporale che va dal 2008 al 2015, presentano rispetto alle aree non distrettuali un tasso di crescita superiore di oltre il 6%. In particolare, secondo il report di Intesa Sanpaolo che ha analizzato 147 distretti del nostro Paese, a primeggiare per performance di crescita e redditività sono tre distretti: l’occhialeria di Belluno, il prosecco di Conegliano-Valdobbiadene e, al terzo posto, il marmo di Carrara.

Bisogna quindi intervenire a livello nazionale, armonizzando i bisogni di connettività con le specifiche esigenze territoriali del Paese, mettendo in comune mezzi, dati e conoscenze per sostenere la crescita di startup e progetti di ricerca nelle varie aree geografiche e settoriali. Tutto questo può avvenire solo tramite il coordinamento della politica nazionale in materia d’innovazione e automazione, pensando ad una rete di distretti industriali e tecnologici che sia basata sulle best practices internazionali e possa sostenere, a medio e lungo termine, giovani imprese innovative. Occorre inoltre implementare le connessioni tra università e imprese, creando un circolo virtuoso in grado di promuovere le nozioni e competenze necessarie a capire il potenziale delle nuove tecnologie nel mercato del lavoro tradizionale.

Marco Schirripa